Il giudice presso il Tribunale di Napoli, Saverio Vertuccio, ha emesso il verdetto di primo grado relativamente alla associazione che avrebbe operato nel biennio 2014-2015, con base operativa a Brusciano e San Vitaliano, ma con propaggini in tutta la regione Campania. Numerosissimi i delitti di detenzione di cocaina e di hashish contestati all’interno del procedimento, se solo si consideri che ai due elementi di vertice; Vincenzo Manauro e Marco De Vita, venivano contestati decine di capi di imputazione, con richiesta di condanna a 20 anni di reclusione per entrambi. Le prove a carico erano rappresentate dalle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia e da consistenti prove captative. Il dispositivo di sentenza contiene importanti statuizioni favorevoli agli accusati, quali la esclusione dell’aggravante mafiosa, l’esclusione della aggravante armata e la esclusione dell’aggravante della ingente quantità che era   contestata in numerose incolpazioni. Le rappresentate elisioni della ipotesi accusatoria hanno determinato la irrogazione di pene più ridotte rispetto a quelle invocate dalla direzione distrettuale antimafia. Colpiscono le decisioni assunte nei confronti delle due donne coinvolte nella inchiesta, legate ai vertici del gruppo. Rosa Velvi, la moglie dell’organizzatore della consorteria Marco De Vita, anche grazie ad una precedente decisione assunta in suo favore da parte della Suprema Corte, è stata assolta dal delitto di partecipazione alla associazione, condannata a soli anni quattro di reclusione, prossima alla totale revoca delle misure non custodiali alle quali è sottoposta.

Stefania De Vita, moglie del capo indiscusso Vincenzo Manauro, è stata assolta sia dal delitto di riciclaggio dei proventi del narcotraffico del marito, sia dal delitto di intestazione fittizia e, con la concessione delle attenuanti generiche, è stata condannata ad anni sette, rispetto agli anni quattrodici invocati dal pubblico ministero, per aver sostituito il marito nel momento in cui quest’ultimo fu tratto in arresto. Entrambe le donne sono state difese dagli avvocati Dario Vannetiello e Saverio Campana. Assolta anche la terza donna coinvolta, Piera Lamponi, assolta dal reato associativa e difesa dall’avvocato Mario Angelino, come risultano essere stati assolti dalla medesima accusa Crescenzo e Sebastiano Vivolo.

La pena più alta, pari ad anni diciassette e mesi otto di reclusione, è stata inflitta a Vincenzo Manauro, pluripregiudicato anche per associazione di stampo mafioso, seppur va rilevato che in tale pena è compresa una precedente condanna di anni sei e mesi quattro alla luce del riconoscimento della continuazione. Mentre di minore entità quella inflitta al numero due della compagine, Marco De Vita, il quale, rimedia solo anni dodici e mesi otto di reclusione a fronte di ben venti capi di imputazione. Numerosi erano gli imputati a giudizio, tra questi: Massimo  Sbarra, 11 anni e 4 mesi;  Francesco Tudino, 10 anni: Salvatore Grimaldi, Emanuele Grossi, Giuseppe Ciotola, Michele De Falco, tutti condannati a 8 anni; Giovanni Catapane, previa assoluzione  da due episodi di detenzione, e con la esclusione dell’aumento per la recidiva, difeso dall’avvocato Buonincontro, anch’egli condannato a 8 anni; Eugenio D’Atri e Antonio Gauteri, entrambi 7 anni; Mario Macone e Gaetano Lanzone, pure loro assolti dal reato di partecipazione alla associazione, rispettivamente difesi dagli avvocati Sabato Graziano ed Antonio Sorbilli, hanno ricevuto 6 anni, pena questa identica per Umberto Frattini; Antonio De Vita, 3 anni e 4 mesi; Cuono Lombardi, 4 anni e 8 mesi; Pasquale Trombetta, 2 anni e 8 mesi. La motivazione della sentenza, con la quale è stata drasticamente ridotta la struttura della compagine, è prevista entro novanta giorni. Poi ad occuparsi della vicenda saranno i giudici della Corte di appello di Napoli, i quali saranno aditi dai difensori degli imputati che, comunque, hanno già ottenuto una significativa riduzione delle accuse iniziali.