Pomigliano in grave crisi, è la città che perde più posti di lavoro


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Seimilatrecento posti persi in un anno e mezzo in sole 120 imprese messe sotto i riflettori dal centro Studi Ires- Cgil Campania. Ventunomila lavoratori coinvolti in processi di crisi e ristrutturazione. Milleseicento licenziamenti già effettuati, 4700 gli esuberi dichiarati. Un totale di 20 ore di cassa integrazione che va a sforare limiti mai raggiunti e inchioderà nei prossimi mesi 121 mila lavoratori allo stop forzato. Il settore della produzione delle materie prime per l’edilizia è praticamente scomparso: da 4.400 lavoratori di 15 anni a 260 di oggi. Una debàcle inarrestabile, con 50 mila edili in meno in 10 anni (2008-2018), disegnata, dati alla mano, nello studio sulle crisi industriali della regione, presentato ieri da Ires Campania e Cgil. L’indagine riguarda le vertenze aperte nel 2019 e si riferisce alle aziende sindacalizzate con oltre 15 dipendenti. È il settore manifatturiero quello più colpito: metalmeccanici, automotive, l’indotto aeronautico, elettrodomestico, insieme ai settori di gomma e plastica, chimico e conciario. Avellino, Benevento, Caserta le provincie più colpite. Un quadro devastante, che racconta di aree industriali perdute, di indotti al collasso e di intere aree urbane in sofferenza per la mancata economia circolare, in seguito alla crisi. È il singolare caso di Pomigliano: da comune virtuoso a città in crisi. «Complice la situazione della Fca e la redistribuzione dei carichi dell’indotto Alenia – chiarisce Maurizio Mascoli, tra gli esecutori della ricerca e responsabile dipartimento mercato del Lavoro e vertenze di Cgil – Pomigliano non riesce a recuperare il dato di sviluppo del 2008, a 12 anni di distanza, anzi è in calo continuo. È l’unico tra i 92 comuni esaminati ad aver perso in maniera così significativa il valore aggiunto dell’economia locale».



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