Da assassino condannato all’ergastolo per duplice omicidio ad aspirante collaboratore di giustizia. Il processo di primo grado che vede alla sbarra l’organizzazione di narcotrafficanti capeggiata dal ras di Forcella trapiantato a Brusciano, Vincenzo Manauro “’o giurnalista”, entra nel vivo a due anni di distanza dalla conclusione delle indagini preliminari. A tenere banco durante l’ultima udienza del rito abbreviato è stato l’“exploit” del killer di Barra Eugenio D’Atri, il quale, dopo aver chiesto la possibilità di rendere in aula una dichiarazione spontanea, ha fatto presente al giudice la propria volontà di pentirsi. Una mossa che ha fatto subito saltare dalla sedia il pubblico ministero, il quale ha seccamente ribadito all’imputato il suo status attuale. A dare la notizia è l’edizione odierna del quotidiano Roma. Quella che ne è scaturita è stata una scena a tratti grottesca. D’Atri è stato infatti ascoltato, ma non appena si è posizionato con le spalle verso l’aula il gip Vertuccio è stato subito costretto a riprenderlo, facendogli presente il fatto di non essere ad oggi in alcun modo considerato un collaboratore di giustizia: «E si tolga il cappello», ha poi sbottato il magistrato. Eugenio D’Atri, reduce dalla condanna all’ergastolo per la sua partecipazione all’assassinio di Francesco Tafuro e Domenico Liguori, assassinati per aver preteso da D’Atri la restituzione della somma di 24mila euro che gli avevano dato in prestito, già nelle scorse settimane aveva esternato la propria volontà di passare dalla parte dello Stato. Una richiesta, la sua, che fino ad ora è però caduta puntualmente nel vuoto. E il motivo è presto detto: con molta probabilità la Procura di Napoli ritiene che la sua eventuale collaborazione con la giustizia sarebbe meramente strumentale o addirittura inutile per agli sviluppi di indagini ancora irrisolte.