Vincenzo De Bernardo, uomo di punta del clan Mazzarella, non è stato ucciso nell’ambito di una vendetta trasversale scaturita dall’assassinio del babyras di Forcella, Emanuele Sibillo. No, il reggente dall’ala mariglianese della cosca fu punito per aver violato il patto di sangue sottoscritto con i capi del gruppo Piezzo e, soprattutto, con il superboss Ciro Rinaldi “mauè”. Parola del neo collaboratore di giustizia Tommaso Schisa, 28enne figlio del ras Roberto. A darne notizia è il quotidiano Roma in edicola oggi. La nuova gola profonda di Ponticelli, passata dalla parte dello Stato da appena due mesi, ha subito voluto mettere le cose in chiaro dimostrando fin dai primissimi interrogatori tutta la propria caratura criminale. Non solo, il rampollo della mala di Napoli Est ha alzato il tiro puntando il dito finanche contro la propria madre, l’ergastolana Luisa De Stefano. Ecco dunque i primi inediti verbali relativi al lungo interrogatorio al quale Schisa junior è stato sottoposto lo scorso 2 ottobre. Nel corso del colloquio con il pubblico ministero della Dda l’ormai ex ras ha ricostruito senza giri di parole il movente del delitto De Bernardo, ucciso a a Somma Vesuviana nel novembre 2015, e indicato i responsabili: «Vincenzo De Bernardo era uno dei Mazzarella pur stando a Somma Vesuviana, dove la sua famiglia aveva delle piazze di spaccio all’interno del Parco dei Fiori».

Il pentito Tommaso Schisa e la vittima dell’agguato Vincenzo De Bernardo

E ancora: «I Mazzarella sono tutti, per così dire, dei “rifugiati politici” perché quando non stanno al potere migrano in un altro territorio e cercano di prendersi un pezzetto o tutto di quel posto». Fissato il contesto, il neo pentito va quindi dritto al cuore di quell’implacabile escalation di violenza: «Vincenzo De Bernardo – ha spiegato Tommaso Schisa – è stato individuato come vittima designata da Ciro Rinaldi anche perché la cosa era utile a mio suocero Luigi Esposito “’o sciamarro”. Vincenzo De Bernardo si era alleato con Cristiano Piezzo (oggi anch’egli collaboratore di giustizia, ndr) e questa cosa per mio suocero significava che i suoi avversari erano diventati più forti». Il neo pentito ha quindi indicato nel dettaglio il movente del raid: «Ricordo in particolare che mio suocero mi ha riferito che Vincenzo De Bernardo, insieme a tale “Gegè”, era stato a casa sua, dove si dovevano accordare per la spartizione criminale di Marigliano e Pontecitra; “Gegè” è un tale che mi pare sia diventato collaboratore. Mi viene detto che si chiama D’Atri e lo confermo. Dopo quell’incontro ce ne fu un secondo, a casa di Annamaria Esposito, sorella di mio suocero. Ci fu un summit in presenza di mio suocero, di Cristiano Piezzo, di Vincenzo De Bernardo “’o pisello”,”Gegè” e Pasquale Perrella. Si decise che mio suocero si sarebbe occupato delle estorsioni e di una piazza di “erba”, mentre Cristiano Piezzo avrebbe gestito la piazza di spaccio di crack e di cocaina; De Bernardo ebbe il ruolo di garante a favore sia di Piezzo sia di mio suocero». Il patto tra i ras durò però soltanto pochissimi giorni: «Appena una settimana – ricorda Schisa – Piezzo non ha rispettato l’accordo e mio suocero è andato da “pisello” lamentandosi», Da qui sarebbe partito il via per l’omicidio.