A “Le Iene” l’incontro tra il killer “Cutoliano” e la sorella della vittima bambina


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Il 29 maggio 1982 Simonetta Lamberti aveva undici anni. Quel giorno, mentre faceva un giro in macchina col papà, è stata crivellata di colpi esplosi da esponenti della camorra. Morirà poche ore dopo all’ospedale Cardarelli di Napoli. Il padre della piccola Simonetta era Alfonso Lamberti, procuratore al tribunale di Sala Consilina attivamente impegnato nella lotta alla camorra. Quel giorno maledetto era lui l’obiettivo delle pistole che uccisero la figlia, ma sopravvisse. O meglio, il suo corpo sopravvisse perché il suo animo era morto con la sua bambina. “Mio padre si è completamente consumato, distrutto”. A parlare con Roberta Rei de Le Iene è la sorella di Simonetta, che porta lo stesso nome in ricordo di quella bambina vittima della furia omicida della camorra, ricostruisce il sito del programma Mediaset a margine del servizio.



L’omicidio di Simonetta Lamberti è rimasto senza giustizia fino al 2011, quando un dissociato della camorra viene intercettato mentre confida al compagno di cella di essere stato parte del commando che sparò verso la macchina del magistrato. È Antonio Pignataro, membro della Nuova camorra organizzata guidata da Raffaele Cutolo. Inizia così un processo in cui Pignataro si autoaccusa ma dicendo che “lui non ha sparato”, ricorda Simonetta. Indica tre nomi come autori materiali della sparatoria: “Fa tre nomi di tre persone mai uscite prima, tre persone morte. Non sa chi è il mandante, non sa niente”, dice con rabbia Simonetta. Durante il processo Antonio Pignataro chiede scusa alla famiglia per quello che è accaduto. “Continuava a dire: ‘vi chiedo scusa, perdonatemi’”. E lascia delle lettere alla famiglia. “Alla seconda udienza io portai per lui la foto di mia sorella”, ricorda Simonetta. “In quella occasione riuscii a dargli il mio perdono”. In primo grado Pignataro viene condannato a 30 anni. L’uomo però, nonostante il pentimento, fa appello fino in Cassazione ma la condanna sarà confermata.

Nemmeno due anni dopo la sua scarcerazione, Pignataro torna dentro con l’accusa di scambio politico-mafioso. È al centro dell’inchiesta “Un’altra storia” in cui si ipotizza uno scambio tra la criminalità organizzata e la camorra. “Tu che mi scrivi in una lettera di voler dire ai ragazzi di stare lontani dalla camorra perché hai passato una brutta vita, esci e la prima cosa che fai è ricostruire un clan?”, si chiede piangendo Simonetta. Adesso Pignataro è tornato a casa: ha l’obbligo di dimora a Nocera mentre è in corso il processo in cui è imputato. “Io lo vorrei incontrare”, dice Simonetta. “Vorrei guardarlo in faccia di nuovo e chiedergli: ma tu sei davvero pentito?”. Eh sì, perché a Simonetta qualche dubbio è venuto dopo le accuse mosse a Pignataro. Con Roberta Rei allora vanno a incontrarlo. “Il mio pentimento era verissimo”, dice Pignataro a Simonetta. Lei però ha dei dubbi, li esprime ma lui deve rientrare in casa: l’orario in cui l’obbligo di restare in casa sta per scattare. Mentre se ne vanno però incontrano il suo avvocato, a cui però Pignataro dice di non sentirsela di avere un nuovo confronto.

“Non credo proprio che lui possa stare bene”, ci dice la mamma di Simonetta. “La sua è una vita infelice, infausta. Noi invece abbiamo dato una svolta positiva alle nostre vite. Io l’ho perdonato. Ora gli direi di pensare alla sua coscienza e ai suoi figli”. Mamma e figlia si abbracciano: loro sono riuscite a sconfiggere la camorra.

 

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