Settimana del Benessere Psicologico, intervista alla psicologa D’Antuono: «Ecco il disagio del territorio»


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Dottoressa Raffaella D’Antuono, psicologa, psicoterapeuta di approccio strategico, mediatrice familiare. Ed esperta in psicologia delle dipendenze. Da dieci anni lavora sul territorio regionale collaborando con Istituti pubblici ed Enti del Terzo settore sia come libero professionista che come membro dell’Associazione di Promozione Sociale “Albero della Vita”. È Consulente Tecnico d’Ufficio presso il Tribunale di Nocera Inferiore, Sezione Civile. Con lei abbiamo tracciato un breve profilo dei disagi sul territorio agro-vesuviano.



La Settimana del Benessere Psicologico, promossa dall’Ordine degli Psicologi della Campania, è giunta quest’anno alla sua decima edizione. Tra i tanti temi trattati è previsto un “focus” particolare su uno di essi?

«La Settimana del Benessere Psicologico è diventata, per noi psicologi, un’opportunità di dialogo con i cittadini e con le Istituzioni, che ci consente, da dieci anni, di confrontarci sui bisogni e sulle problematiche di ogni singolo territorio e, contemporaneamente, di promuovere la cultura del benessere psicologico attraverso incontri informativi. Gli eventi su tutto il territorio regionale – dibattiti, conferenze, seminari, workshop e focus group – saranno 230; il tema scelto quest’anno è: “Inclusione sociale e benessere psicologico percepito” che sarà declinato dai colleghi in base alle specificità dei diversi contesti territoriali e alle problematiche maggiormente sentite dalla comunità locale. La settimana si svolge lungo tre assi principali: Città Amiche del Benessere Psicologico”, l’iniziativa è organizzata con l’Anci (Associazione dei Comuni Italiani) per consentire agli psicologi campani di realizzare, nelle sedi comunali, eventi di informazione psicologica con la collaborazione delle Amministrazioni locali;  “Scuole Amiche del Benessere Psicologico”, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale e l’Assessorato Regionale alle Politiche Sociali, prevede il coinvolgimento diretto delle scuole del territorio che, insieme agli psicologi, organizzano eventi, dibattiti, workshop e sportelli informativi diretti alle alunne e agli alunni, ai loro genitori e agli insegnanti; “Professioni amiche del benessere psicologico”, per creare reti di professionisti ramificate e articolate al fine di potenziare l’efficacia della risposta ai bisogni sempre più complessi dei cittadini. Uno dei compiti dello psicologo è ascoltare chi ha delle domande da porsi: queste iniziative non solo aprono le porte degli studi degli psicologi e degli psicoterapeuti per accogliere richieste individuali, ma permettono, altresì, di allestire nuovi contesti per fare emergere domande che riguardano tanto il singolo quanto la collettività».

Cyberbullismo, sexting, violenza sulle donne, ludopatia, dipendenza digitale… Quale ruolo assume la psicoterapia e quali sinergie vengono messe in campo per affrontare fenomeni socio-culturali tanto diffusi e particolarmente pericolosi?

«I fenomeni che ha citato, di cui le cronache nazionali raccontano le conseguenze drammatiche, sono tutti, a mio avviso, patologie della relazione: con i pari, con il proprio partner, con chi è “diverso”, con un comportamento o con uno strumento tecnologico, con sé stessi.  L’epoca storica in cui viviamo ha un’influenza profonda sulle dinamiche umane e relazionali, generando una vera e propria crisi dei legami.

Il concetto stesso di “legame” è cambiato ed è vissuto dalle attuali generazioni con disarmante ambivalenza; in genere nessuno sa se e quali relazioni siano ancora convenienti, in questa società. Pertanto, oggi, i legami (siano essi affettivi, amicali, familiari) sono sempre più vissuti come un’impresa, un impegno faticoso, un rischio. Ciò detto, la psicologia ed i percorsi di psicoterapia possono essere utili a ripensare il modo in cui ci approcciamo alle relazioni: aumentando la consapevolezza di sé stessi e delle proprie emozioni, imparando a gestire e ad affrontare diversamente le difficoltà che si incontrano nella quotidianità, potenziando l’autostima e la sensazione di autoefficacia, sperimentando nuove forme comunicative che favoriscano il confronto piuttosto che lo scontro. Questo percorso che si svolge a livello individuale rappresenta solo una parte di un lavoro che deve comprendere un’azione su più livelli, proprio in virtù della complessità socioculturale dei fenomeni di cui parliamo. In primis, va segnalato e sottolineato che l’Ordine degli Psicologi, sia a livello nazionale che regionale, si impegna costantemente per creare sinergie con gli attori delle Istituzioni Pubbliche e del privato sociale promuovendo iniziative (come la Settimana del Benessere Psicologico) e progetti volti a promuovere il benessere psicofisico e a prevenire comportamenti a rischio. Purtroppo, troppo spesso, a mancare sono i fondi da investire in un’attività di prevenzione strutturata ed efficace e, più in generale, per garantire un Welfare che sia davvero universalistico»

Dottoressa D’Antuono come è nato il suo interesse professionale per la psicologia e quali sono le aree di intervento da Lei trattate?

«In generale, le persone ed i loro comportamenti mi hanno sempre incuriosita. Poi, negli anni dello scoutismo, ho imparato l’importanza della vita di comunità e del mettersi al servizio degli altri. La professione di psicologo mi è sembrata quella che coniugasse meglio tutti questi aspetti. Nel corso degli anni, poi, venivo a conoscenza di numerosi casi di ragazzi, miei coetanei, a volte più giovani, che vivevano sulla loro pelle le conseguenze drammatiche di una dipendenza: da sostanze, da alcol, da gioco d’azzardo. Per questo, ho cominciato, fin dai primi anni dell’Università, un percorso di approfondimento sulla psicologia delle dipendenze, concentrandomi soprattutto sulle cause comuni delle addiction da sostanze psicoattive e da comportamento. Oggi, dopo aver incontrato, purtroppo, tantissime persone con questa problematica, specie quelle cronicizzate, mi sento di poter affermare che tutte hanno vissuto profondi e precoci disagi relazionali. Le sostanze, i comportamenti, gli strumenti tecnologici, rappresentano, dunque, un disfunzionale e tossico sostitutivo di un legame d’amore. Per questo motivo, mi convinco sempre di più che la relazione terapeutica, in un contesto individuale o di gruppo, può “riparare” quella ferita, e prospettare la possibilità di relazioni sane e funzionali».

Quali sono, sulla base della sua esperienza, gli ostacoli che si frappongono maggiormente nella relazione tra il terapeuta e il paziente e come si possono, nel concreto, superare?

«Dal mio punto di vista gli ostacoli sono di due tipi: apparenti e reali. Gli ostacoli apparenti sono rappresentati dai pregiudizi che ancora oggi esistono intorno alla figura dello psicoterapeuta (è il medico dei pazzi, costa troppo, dura troppo, ci vanno solo i deboli, etc.) che alimentano la diffidenza e la difficoltà nel prendere contatto per una prima consulenza. Ad esempio, molti pazienti con problemi di ansia, con o senza attacchi di panico, arrivano al mio studio solo dopo aver effettuato, inutilmente, ogni genere di visita medica ed esame clinico, anche ripetuto più volte, e solo dopo aver, infine, accettato che la causa del proprio malessere non era da ricercare “nel corpo”. È evidente allora che, in questi casi, i costi sostenuti (dal soggetto interessato e dal sistema sanitario) risultano essere di sicuro superiori ad eventuali piccoli benefici ottenuti. E allora, qual è il motivo per cui le persone decidono di non intraprendere un percorso di psicoterapia, seppur in un momento di grande sofferenza? L’ostacolo reale è da ricercare, a mio avviso, nella paura del cambiamento. Molto spesso, infatti, si arriva alla consapevolezza che un cambiamento è necessario, ma, contemporaneamente, se ne temono le conseguenze. Un atteggiamento comprensibilmente ambivalente, che si può riassumere nel pensiero: “così non sto bene, ma immaginare un’altra versione di me mi spaventa”. Ci si ritrova, perciò, bloccati in una condizione di stallo: da un lato, c’è quello che conosciamo e che non ha funzionato e, dall’altro, c’è l’ignoto e quindi una prospettiva terrorizzante. Gli incontri informativi della Settimana del Benessere Psicologico e, in particolare, l’iniziativa Studi Aperti, possono fornire la motivazione giusta per superare questa paura e provare ad esplorare modi diversi di fare le cose nonché aspetti diversi e sconosciuti della propria persona. Albert Einstein diceva: “Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato per crearli.” Il lato positivo è che la possibilità di cambiare non è preclusa a nessuno».

Le istituzioni campane ai vari livelli, in che modo e con quali risorse sensibilizzano le iniziative e gli interventi in ambito psicologico? 

«Devo riconoscere la mia soddisfazione per il lavoro pregevole che l’Ordine degli Psicologi della Campania e, in generale, tutti i miei colleghi hanno fatto per costruire, nel corso degli anni, fondamentali sinergie con le Istituzioni regionali. In particolare, con gli istituti Scolastici di ogni ordine e grado che molto spesso, nonostante le scarse risorse economiche a disposizione, si attivano per garantire adeguati percorsi di prevenzione del disagio psicologico e la consulenza di un professionista qualificato. Le Amministrazioni Comunali, benché siano sempre favorevoli a sostenere le iniziative autonome dei singoli colleghi o di Associazioni, tuttavia non programmano risorse per interventi di promozione del benessere psicofisico e di prevenzione del disagio a lungo termine; i farraginosi meccanismi burocratici, poi, ostacolano ulteriormente la relazione tra la comunità, lo psicologo e le Istituzioni. A livello nazionale, è stato raggiunto un traguardo importante. Nel giugno scorso, è stato approvato un emendamento che legittima la presenza dello psicologo nell’équipe del medico di medicina generale (il cd. medico di famiglia). È evidente che è solo l’inizio di un percorso che ha ancora molti punti da definire, ma che è comunque un punto di partenza per arrivare a sancire definitivamente che la presenza istituzionale, giornaliera e gratuita di un professionista della salute mentale è un investimento positivo e fruttuoso, in quanto garantisce innanzitutto  un miglioramento  nella qualità del servizio offerto dal medico di famiglia e, altresì, che  la risposta data ai bisogni complessi (sia sanitari che sociali) dell’assistito sia più rapida, più efficace e, per i motivi sopracitati, meno costosa per l’interessato e per il Sistema sanitario nazionale».

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