Estorsioni del clan Gionta: condannati i due reggenti e gli imprenditori che non denunciarono


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Estorsioni per il clan Gionta: condannati i due reggenti della cosca e due imprenditori che non denunciarono e negarono le minacce. Si è chiuso ieri il processo ai reggenti del clan Gionta, Vincenzo Amoruso “nzerrino” e Ciro Nappo “capeauciell”, accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso e finiti alla sbarra con due imprenditori del settore funerali di Torre Annunziata, Renato Manzo e Luigi Vitiello, invece a processo per favoreggiamento aggravato. Alla fine, i giudici del tribunale di Torre Annunziata (presidente di collegio Francesco Todisco) hanno condannato tutti. Per Amoruso, difeso dall’avvocato Elio D’Aquino, è arrivata la condanna a 20 anni di reclusione, anche se con l’esclusione di uno dei casi di estorsione. Per Ciro Nappo, difeso da Antonio Iorio, la condanna è di 15 anni di carcere. I due imprenditori Manzo e Vitiello, titolari di Eurofuneral – assistiti dall’avvocato Ferdinando Striano – sono stati condannati a un anno di reclusione con pena sospesa, senza l’aggravante mafiosa invocata invece dal pm Ivana Fulco. L’operazione dei carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata aveva portato all’arresto di una decina di affiliati al clan Gionta.



Era settembre 2017, quando la Direzione distrettuale Antimafia di Napoli emise un decreto di fermo, arrestando capi ed esattori del clan, che avevano messo sotto scacco una decina di commercianti e imprenditori, in vari settori. Gli arrestati erano accusati a vario titolo di estorsione, detenzione e porto illecito di armi, reati aggravati dalle finalità mafiose. Ad eseguire il decreto di fermo dell’Antimafia erano stati i carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata, che avevano condotto le indagini. Secondo l’Antimafia, gli indagati avrebbero partecipato a vario titolo ad almeno 20 episodi estorsivi nei confronti di 14 vittime, tutte imprenditori e commercianti di Torre Annunziata. Alcuni di loro erano stati ascoltati dai carabinieri ed hanno negato quella che gli inquirenti considerano l’evidenza investigativa, dunque sono finiti a processo per favoreggiamento. A capo del gruppo di esattori c’erano Amoruso e Luigi Della Grotta “panzarotto”, che aveva scelto l’abbreviato insieme agli altri imputati, tutti condannati.

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