Operata da morta, rischia di saltare il processo ai medici dell’ospedale di Boscotrecase


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Una questione degli avvocati degli imputati potrebbe far saltare il processo per il presunto caso di malasanità. Tommasina De Laurentiis aveva 25 anni quando è morta in sala operatoria in seguito ad un presunto errore medico durante una normale operazione alla colecisti. La giovane di Torre Annunziata era stata sottoposta ad un normale intervento chirurgico all’ospedale di Sant’Anna e Madonna della Neve di Boscotrecase, ma le complicazioni dell’operazione portarono al suo decesso, secondo l’accusa a causa di un errore medico che poi i chirurghi avrebbero provato a cancellare con una seconda operazione, praticamente post mortem. Per il presunto caso di malasanità, adesso, ci sono a processo tre medici (il primario Roberto Palomba, e i suoi assistenti Antonio Verderosa e Alberto Vitale) accusati, a vario titolo, di omicidio colposo e falso. Sarebbero stati loro, secondo l’accusa, a macchiarsi di un doppio delitto: prima l’errore medico, poi la falsificazione della cartella clinica con una seconda operazione avvenuta dopo il decesso della paziente per cancellare ogni traccia della colpa e indirizzare le attenzioni degli inquirenti verso infermieri ed anestesisti.



«Quando sono uscito dalla sala operatoria, la paziente era già deceduta, ma il chirurgo stava ancora operando» disse il capo degli anestesisti durante la sua testimonianza choc, due anni fa. Il processo, in corso dinanzi al giudice Fernanda Iannone del tribunale di Torre Annunziata, era entrato nel vivo con il racconto più dettagliato, quello del primario del blocco operatorio dell’ospedale boschese, Giuseppe Oriolo. Poi, ieri mattina a rispondere alle domande del pm Antonella Lauri e dell’avvocato Gennaro Ausiello, costituito parte civile per conto dei familiari di Tommasina, sarebbe toccato ai quattro medici che hanno eseguito l’autopsia e scritto la relazione peritale che incastra i tre medici. Quella seconda perizia, però, potrebbe saltare, in virtù di un vizio di forma sollevato dai difensori e per il quale il giudice ha rinviato l’udienza a settembre. Stando alla seconda perizia effettuata a distanza di un anno e mezzo dai fatti (la tragedia si verificò l’8 marzo del 2013), la colpa dei medici sarebbe non negli eventuali errori commessi durante le fasi di rianimazione, bensì nella mancata suturazione dell’aorta e della vena cava irrimediabilmente tranciate inserendo la sonda nell’addome. In pratica, il chirurgo avrebbe tranciato i vasi sanguigni con la sonda, non se ne sarebbe accorto in tempo e avrebbe falsificato la cartella clinica solo dopo aver rioperato la paziente ormai deceduta per una grave emorragia interna ed un conseguente collasso cardiocircolatorio.

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