Capi contraffatti venduti in mezza Italia, erano prodotti a San Giuseppe Vesuviano


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Sono coinvolte anche azienda di San Giuseppe Vesuviano nell’operazione ‘Macumba’, mezzo milione di capi di abbigliamento, accessori, etichette, minuteria metallica e macchinari tessili – plotter tipografici e macchine da cucine – finiti sotto sequestro ad opera della Guardia di Finanza di Bologna. Associazione per delinquere finalizzata all’importazione, produzione e commercializzazione di prodotti contraffatti è l’accusa mossa a 26 persone, italiani, marocchini e senegalesi, tutti indagati. Stando agli investigatori, si rifornivano in Turchia e in Cina di prodotti falsi, li assemblavano in Italia e poi li rivendevano online, su Marketplace di Facebook o Whatsapp.  Perquisizioni tra Bologna, Parma, Ferrara, Verona, Brescia, Bergamo, Torino, Macerata, Napoli e Nuoro hanno permesso dilocalizzare tre laboratori e una tipografia. Due centri produttivi in cui gli abiti venivano confezionati e marchiati erano proprio a Brescia. A gestirli, tre senegalesi. Due degli indagati agivano in Bergamasca: da Pianico e Antegnate.



L’indagine, ha spiegato il colonnello Luca Torzani, e’ nata “dal monitoraggio della Polizia economico-finanziaria sul mercato della contraffazione online”, che ha consentito di “individuare una serie di persone, partendo da una che operava su Bologna e si interfacciava con altri ‘colleghi’ che operavano prevalentemente con gruppi di vendita su Marketplace e su Whatsapp”. I venditori, che “avevano un vero e proprio catalogo”, specificavano che la merce non era originale, e gli acquirenti, che una volta individuati verranno multati, ricevevano i prodotti per posta, o li ritiravano direttamente, dopo aver pagato tramite Paypal, ricarica PostePay o bonifico. Le indagini, ha aggiunto Torzani, sono state condotte da un lato attraverso “intercettazioni telefoniche e telematiche”, e dall’altro pedinando alcuni degli indagati e “piazzando apparecchi Gps sotto le loro auto per individuare i centri di produzione senza farsi scoprire”. In questo modo e’ stata ricostruita tutta la filiera, individuando “due canali di approvvigionamento”.

Nel primo caso, ha spiegato il finanziere, “venivano fatti direttamente degli ordini in Turchia o in Cina, sempre tramite siti o gruppi Whatsapp: la merce veniva spedita per posta, e in un paio di casi abbiamo fatto fermare questi pacchi in dogana”. Quando la merce veniva importata, ha evidenziato l’altro finanziere Cesare Tozzola, “sembrava neutra: ad esempio, le tre strisce sulle scarpe Adidas venivano coperte con un’etichetta che veniva poi rimossa, mentre il marchio veniva termosaldato con delle etichette prodotte a San Giuseppe Vesuviano, in provincia di Napoli”. Il secondo canale era invece “una rete costituita da senegalesi e italiani, con al centro tre senegalesi residenti nel bresciano, attorno a cui girava un vero e proprio mondo: i fornitori di capi neutri, dei bresciani che fornivano la minuteria metallica e la persona che produceva le etichette nella stamperia di San Giuseppe Vesuviano”. I prodotti, che riproducevano brand come Louis Vuitton, Lacoste, Ralph Lauren, Gucci e Fred Perry, venivano poi assemblati in tre laboratori clandestini, due in provincia di Brescia e uno piu’ piccolo in un appartamento di Bologna, che faceva capo a un senegalese, e venivano poi venduti ai grossisti online. Per quanto riguarda gli indagati ‘bolognesi’, si tratta di due senegalesi e di una marocchina, di eta’ compresa fra i 30 e i 40 anni. Proprio dalla donna, che si occupava delle vendite online e che si e’ poi trasferita a Ferrara, sono partite, a fine 2018, le indagini.

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