Clan Batti, è stata una pentita ad incastrare la cosca sangiuseppese ECCO I VERBALI


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Arrivano dalle telefonate e dai pentiti i riferimenti che hanno portato all’arresto di nove persone del clan Batti a San Giuseppe Vesuviano. Il gip scrive che esistenza ed operatività vengono dunque piazzate «in un nucleo logistico individuabile presso le abitazioni di Batti in san Giuseppe Vesuviano», definita una roccaforte per la strategica dislocazione geografica in una strada senza uscita, Madonna alla Scala. Un clan spregiudicato e violento che metteva in atto «azioni punitive e ritorsive nei confronti di terzi entrati in contrasto, anche per motivi banali, con il gruppo, nonché in una certa durezza nei confronti degli stessi sodali. Sullo sfondo il business della droga; il leader uno dei tre fratelli, conosciuti come i “milanesi”, Alfredo Batti, che pure non era più grande di Luigi e Alan Cristian. Alfredo poteva contare sulla piena disponibilità di Mario Nunzio Fabbrocini, mentre Michele Tufano era l’“uomo” di Luigi Batti. Infine, braccio operativo di Alan Cristian Batti era Luigi Auriemma. Le loro piazze di spaccio sono quelle di Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno, storicamente terreno di cruenti scontri armati tra consorterie criminali, con una longa manus anche su altre attività illecite. Quel territorio vedeva contrapposti la Nco di Raffaele Cutolo e la nuova Famiglia di Mario Fabbrocino. Quest’ultimo, detto “’o gravunaro”, aveva la supremazia, contando su luogotenenti fidati quali Franco Matrone a Terzigno, Franco Ambrosio (‘‘’o scuccatore”) e Berardo Striano, detto “salamino” per San Giuseppe Vesuviano. In questo contesto, ad “illuminare” la carriera criminale dei Batti, dedita al traffico di droga, ci pensano alcuni collaboratori di giustizia, come Michele Auriemma e Maria Duraccio, pentitasi nel settembre 2008.



Interrogata sei anni dopo spiega inizialmente che i milanesi godevano dell’appoggio del clan Fabbrocino. «Conosco la famiglia Batti perché Luigi, il milanese, è fidanzato con la figlia di… Io ero amica di Alba, la moglie del figlio di Cutolo – racconta Duraccio – Inoltre frequentavo la sorella del Batti che aveva aperto un negozio di abbigliamento per bambini vicino al circolo Diaz. Il negozio era una copertura perché all’interni la donna spaccia stupefacenti. Venni così a sapere che Batti Luigi era un grande trafficante di droga, sapevo questa cosa anche prima di conoscere Michele Auriemma. Infatti avevo accompagnato Giuseppe Iervolino a casa di Batti perché fa dei mercati a Napoli ed andò lì per prendere alcuni panetti di cocaina per smerciarli sul mercato di Napoli». La collaboratrice di giustizia racconta che Peppe Iervolino, a casa di Batti, le affidò uno scatolo con un panetto di cocaina, dicendo di stare tranquilla che non sarebbe stata perquisita, se fermata, in assenza di una agente. «I Batti spacciavano per conto proprio. Siccome la zona era controllata dai Fabbrocino ma avevano l’assenso a spacciare: «Essi però – continua nella deposizione Maria Duraccio, come si legge sempre nell’ordinanza – devono dare una quota ai Fabbrocino sia per Ottaviano che per San Giuseppe Vesuviano, dove abitano».

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