«Il capannone degli Annunziata a Vibo Valentia era stato realizzato dai Restuccia, Angelo e Vincenzo. Vincenzo Restuccia per accreditarsi come vittima delle cosche, ogni tanto si faceva bruciare un vecchio escavatore. I Restuccia storicamente sono stati nelle mani di Luigi Mancuso di Limbadi. Allorché costui cadde in disgrazia, allora Vincenzo Restuccia aveva instaurato rapporti anche con i De Stefano di Reggio Calabria. Angelo Restuccia, detto U Panzuni era nelle mani di Pantaleone Mancuso detto Scarpuni». È il collaboratore di giustizia, Andrea Mantella, di Vibo Valentia, a parlare con i pm della Dda di Reggio Calabria e le sue dichiarazioni sono state acquisite nel processo che vede imputato l’imprenditore Alfonso Annunziata, 75 anni di San Giuseppe Vesuviano, titolare dell’omonimo centro commerciale di Gioia Tauro, ma con negozi anche a Vibo Valentia lungo la Statale 18 ed a Lamezia Terme nel parco commerciale dei Due Mari, coinvolto nel marzo 2015 nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Bucefalo” condotta dalla Dda di Reggio Calabria.

Il racconto di Andrea Mantella non torna sulla presenza all’incontro da parte del boss Pino Piromalli, alias “Facciazza”, che nel 2004 si trovava già detenuto da tempo. «Angelo Restuccia era nelle mani di Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni – dichiara Mantella – e so che don Angelo scendeva lì da Pantaleone e si incontrava nelle campagne, tanto è vero che io stavo acquistando a chiacchiere un capannone da questo Angelo. Storicamente Vincenzo e Angelo Restuccia tutti e due hanno fatto i soldi con i soldi dei Mancuso, poi può essere però che don Angelo rispetto a Vincenzo la fa meno schifosa”. Alfonso Annunziata è ritornato in libertà nell’aprile scorso. Nel corso del processo ha respinto l’accusa di essere colluso con i Piromalli-Molè o di aver fatto loro da prestanome, ma ha “confessato” di aver pagato per anni 50 milioni di lire e poi 25mila euro al clan Piromalli. Altri 38mila euro ha dichiarato di averli versati a Rocco Molè, poi ucciso nel febbraio del 2008. Dopo tale fatto di sangue – a detta di Alfonso Annunziata – nessuno si sarebbe più presentato per chiedergli denaro. Altre somme, l’imprenditore ha dichiarato di aver versato al boss Peppino Piromalli (cl. ’21) di Gioia Tauro per avergli permesso sul finire degli anni ’80 di far rientro a Gioia Tauro dopo la fuga a San Giuseppe Vesuviano in quanto “tartassato” dalle richieste estorsive dei clan. L’inchiesta della Dda ed ora il processo mirano a far luce sull’ascesa imprenditoriale di Alfonso Annunziata, arrivato a Gioia Tauro negli anni ’80 come venditore ambulante e diventato in poco tempo il leader nel mercato dell’abbigliamento. Secondo la Dda di Reggio Calabria, Alfonso Annunziata avrebbe stretto negli anni ’80 un accordo con Peppino Piromalli, deceduto nel 2005 e fondatore dell’omonimo clan della ‘ndrangheta insieme al fratello Girolamo, alias “don Mommo”, morto invece nel 1979.