Cutolo e Riina: quando il boss di Ottaviano fece uccidere in carcere l’amico calabrese del “Capo dei Capi”

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“U Zi Totò”. Così i compari della ’ndrangheta calabrese chiamavano il capo dei capi di Cosa Nostra. In Calabria Totò Riina aveva da sempre buoni amici. Dai tempi di Mico Tripodo, boss di Sambatello, capobastone riverito e rispettato in tutta la regione. Tripodo e il corleonese erano compari d’anello: un legame forte che li unì fino al 1976, quando il patriarca reggino venne assassinato a coltellate nell’infermeria del carcere di Poggioreale.



Lo uccisero due sicari di Raffaele Cutolo. Al “professore” di Ottaviano aveva chiesto il “favore” Paolo De Stefano, padrino emergente di Reggio Calabria, che voleva sbarazzarsi dell’ingombrante rivale. La morte di “don Mico” non fece però perdere al feroce siciliano il gusto di mantenere rapporti con i “cugini” mafiosi d’Oltrestretto. Morto un Papa se ne fa un altro: Totò “u curtu” prese così a frequentare la Locride, terra di sequestratori e narcotrafficanti. Travestito da prete incontrava gente di Africo e di San Luca e, qualche volta, persino don Giovanni Stilo, il sacerdote arrestato, condannato e infine assolto dall’accusa di associazione mafiosa.

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