L’Italia è stata condannata dalla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo perché, a partire dal 1994, non ha gestito in modo adeguato l’emergenza rifiuti in Campania. Secondo la Corte, cui si sono rivolti 18 cittadini di Somma Vesuviana, lo Stato non può costringere gli abitanti a vivere tra i rifiuti. Non è stato però riconosciuto un danno alla salute.

La Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo ha emesso un giudizio di condanna non definitivo per la gestione dei rifiuti in Campania, caso di vero disastro ambientale prolungato di emergenza in emergenza. Per i giudizi è stato violato quanto stabiliscono l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e l’articolo 13 (diritto ad un rimedio efficace). Il caso si riferisce allo stato di emergenza dichiarato per il periodo tra l’11 febbraio 1994 e il 31 dicembre 2009 in relazione alla raccolta, al trattamento e la gestione dei rifiuti nella regione Campania.

Il riferimento è anche, più nello specifico, ad «un periodo di cinque mesi durante il quale tonnellate di rifiuti si sono accumulati nelle strade». A presentare ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo sono stati 18 cittadini italiani, 13 residenti di Somma Vesuviana e 5 che vi si recano per lavoro. Il ricorso riguardava, oltre ai due articoli indicati nella sentenza, il 2 della Convenzione (diritto alla vita) e 6 (diritto ad un giusto ascolto) che i giudici non hanno tenuto in conto.

La Corte ha considerato che «il danno ambientale lamentato dai ricorrenti è stato tale da avere effetti diretti sul loro benessere». Il giudizio di condanna è non definitivo perché nei prossimi tre mesi ogni parte può impugnare la sentenza della Corte davanti alla Grande Camera: decorso il periodo o rigettata l’istanza, la sentenza è considerata definitiva.