Faccia a faccia con gli accusatori. L’imputato Giosuè Ruotolo da una parte; dall’altra gli ex coinquilini e commilitoni Sergio Romano e Daniele Renna. Colpo di scena nel processo per il duplice omicidio della lodigiana Teresa Costanza e del militare Trifone Ragone, uccisi nel parcheggio del palasport di Pordenone il 17 marzo 2015. La Corte d’Assise di Udine ha fissato per il 10 luglio il confronto in aula tra il 27enne militare di Somma Vesuviana e i due militari, anche loro commilitoni di Trifone Ragone, che con Ruotolo hanno condiviso l’esperienza militare, l’appartamento di via Colombo a Pordenone, il concorso in Guardia di finanza e un’iscrizione sul registro degli indagati per duplice omicidio.

Romano, 30 anni, napoletano e Renna, 29, pugliese, dall’inchiesta ne sono usciti con un’archiviazione. Ma prima hanno dovuto parlare. Spiegare agli inquirenti degli spostamenti di Ruotolo la sera del 17 marzo 2015 e di quella presunta colluttazione tra il giovane campano e Ragone, prova determinante per la Procura di Pordenone, raccontata dai due solo al nono interrogatorio, mai però confermata da prove evidenti.

«Per noi sarà un momento fondamentale del processo – spiega l’avvocato di Ruotolo, Roberto Rigoni Stern – La Corte ha chiesto un confronto in aula. Interessante sarà capire come reagiranno Renna e Romano. Per nove volte, durante le audizioni in caserma, non hanno mai parlato di una lite, solo alla fine hanno deciso di vuotare il sacco. Ci sono troppe lacune nelle loro ricostruzioni. Tra Ruotolo e Ragone non c’è mai stato nessuno screzio».

I giudici hanno accolto anche la richiesta della difesa di trascrivere le intercettazioni telefoniche e ambientali legate alla “pista bresciana” e alla versione fornita da Lorenzo Kari, nomade di 54 anni, che svelò agli inquirenti di essere stato ingaggiato per uccidere la lodigiana Teresa Costanza e il militare Trifone Ragone dietro un compenso di 100mila euro dall’imprenditore bresciano Giovanni Bonomelli, implicato nell’indagine sull’omicidio di Tiziano Stabile, avvenuto a Bedizzole, nel novembre 2013. «Il dato certo è che il movente come era stato impostato dalla Procura non esiste più – prosegue Rigoni Stern – Chi ha indagato su questo caso non ha approfondito tutti gli aspetti e battuto tutte le piste possibili. Nei confronti del mio assistito ci sono solo indizi, ma nessuna prova di colpevolezza».