Prostituzione a Poggiomarino, la storia di “P”: «Se scappo, la mafia nigeriana uccide mia madre»


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Arriva dalla Nigeria ed ogni mattina alle 6 parte da Casal di Principe, nel Casertano, dove con i mezzi pubblici raggiunge le campagne di Poggiomarino, in via Pertini, per prostituirsi. Sta lì tutto il giorno, insieme ad una o altre due ragazze, riparandosi nella traversa via Pasquale Giulio Annunziata, la stessa che il sindaco della città vesuviana chiuse per “troppi rifiuti”. È “P.”, una ragazza di colore arrivata in Italia dopo uno dei tanti lunghi viaggi della speranza e che adesso si è ridotta a stare su un marciapiede in un luogo di perdizione dove tra l’altro cinque anni fa una giovane ucraina trovò la morte proprio mentre si prostituiva.



La storia di P. è stata raccontata da Pupia Tv, emittente casertana che è riuscita ad ottenere alcune interviste, naturalmente in forma anonima, con le “squillo” che vivono sul territorio dei Casalesi. E qui, a quanto pare, la cosca affida il “traffico di carne” ai clan di connazionali, la cosiddetta mafia nigeriana, che smista le ragazze a propria disposizione su tutto il territorio regionale, Poggiomarino compresa, appunto. Alle telecamere P. ha raccontato: «Parto alle 6 del mattino, arrivo a piedi alla stazionamento degli autobus di Casal di Principe. Alle 8 o alle 8,30 del mattino prendo la Circumvesuviana per Poggiomarino, e dalla stazione impiego quasi un’ora a piedi per raggiungere via Pertini».

Insomma, un viaggio andata e ritorno che dura ben 6 ore. Via Pertini è infatti alla periferia di Poggiomarino e dalla stazione sono diversi chilometri e non c’è alcun collegamento con i mezzi pubblici. «Sono abituata a camminare, a Benin City (la sua città d’origine) facevo tanti chilometri per andare al mercato o per prendere l’acqua dai pozzi. Ma oggi è un cammino che mi pesa di più, dopo avere subito violenze e abusi fisici e mentali».

P. dunque si trova a Casal di Principe, schiava della mafia nigeriana con la quale ha contratto un debito di 25mila euro a cui non può sottrarsi, così come non può sottrarsi al “lavoro” che le è stato imposto: «Una mia amica ha tentato di rifiutarsi e, dopo essere stata picchiata e ripetutamente violentata, le hanno mostrato con il telefonino una foto di sua madre con un machete puntato alla gola», ha raccontato la ragazza davanti ai microfoni.

Una storia certamente non nuova e come ce ne sono tantissime che riguardano appunto le ragazze straniere arrivate in Italia con altri obiettivi e che finiscono invece per diventare delle “lucciole” sotto i colpi della malavita organizzata. Ogni mattina P. è costretta anche a truccarsi in maniera appariscente, mettersi una parrucca e vestirsi naturalmente da prostituta, tutto per attirare clienti a 20 euro a prestazione, di cui a lei a stento riesce a mettersi la metà in borsetta per sopravvivere.

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