Il sospetto degli investigatori dell’Arma è che ci sia un altro complice, un terzo carabiniere del IV Battaglione Mobile Veneto di Mestre, di stanza nella caserma di viale Garibaldi, che ha partecipato ad alcune rapine messe a segno in provincia di Padova dai suoi colleghi Jacomo Nichetto, 36 anni di Chioggia, e Claudio Vitale, 42 anni napoletano di Cercola, entrambi già condannati all’ergastolo per un “colpo” finito male, con l’omicidio a Ottaviano di Pasquale Prisco.

Gli inquirenti padovani stanno compiendo accertamenti per dargli un nome e un volto, lo si apprende dalla documentazione inviata al Tribunale del riesame di Venezia che anche l’avvocato difensore di Vitale ha potuto esaminare. L’ex carabiniere rapinatore, infatti, ha presentato ricorso ai giudici veneziani, che ieri lo hanno respinto. Più di un testimone di due delle tre rapine messe a segno in provincia di Padova aveva riferito ai carabinieri intervenuti che ad attendere i due rapinatori entrati nel supermercato e nel bar con le pistole in pugno c’era un terzo complice, a bordo dell’auto con la quale erano poi fuggiti, un terzo uomo che però non ha certamente partecipato alla rapina che si concluse con la morte di Prisco sulla Statale 268.

Un complice che indossava la divisa dell’Arma come Vitale e Nichetto, ma che come loro aveva una seconda vita ben nascosta. Probabilmente, nelle mani di chi conduce le indagini ci sono ulteriori elementi, oltre alle testimonianze di chi ha assistito alle rapine, in grado di dimostrare che non si tratta di un civile bensì di un terzo carabiniere.

Stando alle accuse, confermate ora anche dal Tribunale del riesame presieduto dal giudice Angelo Risi, la sera del 5 marzo 2015 Nichetto e Vitale avevano messo a segno una rapina lampo all’Alì di Busa, bottino 400 euro. Sei giorni dopo, l’11 marzo, avevano colpito al bar “Bicocca” di Noventa Padovana, intimando alla figlia del titolare di consegnare l’incasso, 800 euro. Il 15 marzo, all’una di notte, il terzo assalto, stavolta al bar “Capriccio” di Capriccio. Ma il titolare e alcuni amici li respinsero a sediate costringendo i due alla fuga.

Questi gli episodi accertati dalle indagini svolte dai militari padovani e per i quali la Procura di Padova ha spiccato nei confronti dei due ex carabinieri un’ordinanza di custodia cautelare che li ha raggiunti in carcere. Entrambi, nel luglio scorso, sono stati condannati dal Tribunale di Nola all’ergastolo per omicidio, tentato omicidio plurimo e rapina. Dopo aver scorrazzato nel Padovano, fruendo di una licenza ordinaria si erano spostati al Sud. E il 25 marzo 2015 avevano tentato una rapina al supermercato della catena “Eté” di Ottaviano. Ma le cose per loro si sono poi messe male. Perché mentre erano ancora all’interno del supermercato un dipendente aveva attivato l’allarme, facendo arrivare sul posto una pattuglia dell’Arma. Nichetto e Vitale si erano dati alla fuga sulla Statale 268, ma erano stati inseguiti anche da alcuni dipendenti del supermercato, che li avevano speronati.

Dopo l’incidente i due ex carabinieri avevano perso la testa, uno dei due aveva sparato ferendo a morte il 28enne figlio del titolare del negozio. Nel botto altre nove persone erano rimaste ferite, due in maniera grave. Era stato proprio in quell’occasione che i carabinieri padovani avevano notato che il veicolo usato a Ottaviano dai due colleghi, una Lancia Lybra, era la stessa vista allontanarsi in tutte e tre le rapine di Vigonza e di Noventa Padovana. Identici anche gli indumenti e il modo di atteggiarsi dei banditi.

Da questi particolari le indagini erano state approfondite fino ad avere la certezza che gli autori delle rapine nostrane erano proprio i due ex carabinieri. È emerso anche un particolare sconcertante: Nichetto e Vitale non solo utilizzavano l’auto personale di uno dei due, ma impugnavano anche l’arma di ordinanza. Quella che portavano al fianco durante le ore di servizio.