Presunto caso di malasanità, è guerra di referti sul 73enne di Ottaviano: «Curato male in ospedale»


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È guerra a colpi di referti dei medici legali sulla morte di Aniello Curcio, 73 anni di San Gennarello di Ottaviano e deceduto a gennaio all’ospedale di Nola. Secondo i familiari si tratta di un caso di malasanità e si sta procedendo per vie giudiziarie. Corsi e ricorsi portano ora alla battaglia dei consulenti delle due parti, con quello della difesa che toglie ogni responsabilità all’equipe sanitaria, mentre quello dell’accusa sta dall’altra parte.



L’anziano, è giusto ricordarlo, era tracheostomizzato a causa di una grave forma di enfisema polmonare ed è deceduto per le conseguenze di una bronchite con pleurite, malattie che secondo il nipote Felice si sarebbe buscato all’interno del nosocomio, dove era andato a fine dicembre «per effettuare le normali operazioni di manutenzione dell’apparecchiatura» che gli serviva a respirare con meno fatica. Insomma, il 73enne avrebbe dovuto lasciare il letto d’ospedale nel giro di massimo uno o due giorni ma poi sono sopraggiunti gli altri problemi sino al decesso avvenuto alle 5,15 del 5 gennaio.

Tra le altre cose, inoltre, i parenti della vittima vorrebbero accertare le motivazioni di una profonda ferita dietro alla testa ritrovata sul corpo senza vita, una lesione ampia da cui anche dopo il decesso continuava a scorrere sangue. Dall’ospedale la replica è arrivata, e si è parlato di piaga da decubito.

Intanto, però, il consulente della famiglia, nella sua perizia scrive che la morte «è da attribuirsi ad arresto cardiocircolatorio in paziente con processo broncoprenumonico. L’affezione in parola non fu adeguatamente diagnosticata e trattata presso l’ospedale di Nola. In particolare, negli otto giorni di ricovero, fu eseguita una sola radiografia; non fu eseguito un esame colturale e quindi non venne adottata la necessaria terapia antibiotica; la terapia antibiotica non fu rispondente alle linee guida e verosimilmente inadatta per principio farmacologico e dose al caso concreto; non fu trattata la concomitante e severa pleurite; il paziente versò in condizioni di scarsa assistenza generale se è vero, come sembra, che all’atto del ricovero non presentava lesioni da decubito mentre tali lesioni sono state ritrovate sul cadavere, e quindi si sono formate durante la degenza».

E ancora: «Il decesso non può essere attribuito ad una morte improvvisa respiratoria. Le modalità del quadro clinico, la sua evoluzione durante il ricovero ed i tempi intercorsi fra ricovero e decesso, portano ad escludere categoricamente che il decesso possa essere ricompreso fra le morti improvvise». E infine: «Ne discende che il comportamento imprudente e negligente dei sanitari durante tutto il ricovero è da porsi anche in via concausale al decesso del paziente». Insomma, secondo il perito si poteva fare di più, ed è il pensiero anche dei familiari di Curcio.

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