Registrare una conversazione? È lecito se serve per esercitare un diritto


669

Solitamente per far valere un diritto è necessario che sia possibile provarne l’esistenza. Quando il diritto nasce dalle parole altrui, come nel caso di accordi o promesse verbali, bisogna documentare con certezza quanto è stato proferito e da chi. Per questo, possono tornare utili, se non indispensabili le registrazioni audio delle conversazioni intervenute tra due o più persone, avvenute tanto “de visu” quanto telefonicamente. Si pone dunque il problema di capire se e quando sono utilizzabili tali registrazioni, in particolare nel caso di pretese in sede di processo civile.



In mancanza di una norma espressa è stata la giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione a chiarire i termini della questione. In effetti, a tutela del diritto alla “privacy”, sarebbe lecito pensare che raccogliere in modo occulto il contenuto di conversazioni potrebbe rappresentare una violazione della riservatezza e, potrebbe diventare un atto illecito.  Tuttavia, è bene fare subito una distinzione tra le vere e proprie “intercettazioni”, che sono uno strumento di indagine riservato alla Magistratura, e le “registrazioni”.

Quelle di cui trattiamo non sono le vere e proprie “intercettazioni”, cioè quello strumento di indagine che la Magistratura può disporre in presenza di specifici reati. Queste infatti vanno svolte con precise modalità di legge, perché impongono il sacrificio del diritto alla privacy: in questo caso la captazione occulta di conversazioni svolte telefonicamente o tramite altri mezzi è eseguita da un soggetto estraneo al dialogo.

Al contrario  invece, le registrazioni di cui si discute, sono quelle effettuate da  un privato cittadino. Esse sono lecite e assurgono al rango di prove solo laddove egli prenda parte alla conversazione di cui sono oggetto (Cass. sent. n. 27424/2014 ).

In sostanza è permesso, secondo giurisprudenza della Corte di Cassazione, registrare anche occultamente una conversazione alla quale si prende parte, perché in questo caso chi dialoga accetta il rischio di essere registrato a sua insaputa e, soprattutto, perché la registrazione rappresenta solo una forma di documentazione di un fatto storico che ha visto il registrante come protagonista diretto, non come terzo, e il registrato sapeva di dirigere le sue parole o i suoi gesti a quella persona (Cass. sent. n. 18908 del 13.05.2011).

Chiaramente questa regola vale sia per le conversazioni dirette (come un dialogo tra due persone che si parlano vedendosi) sia per quelle telefoniche o con mezzi simili. E saranno utilizzabili anche se la registrazione viene fatta presso la privata dimora del registrato, sempre a condizione che chi registra sia membro della conversazione. In mancanza di tali condizioni si rischia invece di commettere il reato di interferenze illecite nell’altrui vita privata (Art. 615 bis cod. pen.).

Bisogna chiarire che per quanto legittimamente acquisite, le registrazioni possono essere usate e divulgate solo con il consenso del registrato oppure, come detto, se ciò è necessario per tutelare un proprio o un altrui diritto (ad esempio, per provare un fatto in un processo). Non si possono invece pubblicare su un sito internet o su un social network le registrazioni, anche se acquisite in modo lecito. La privacy è dunque violata solo in caso di diffusione indebita, cioè per scopi diversi dalla tutela di un diritto proprio o altrui, integrando così il reato di cui agli articoli 23 e 167 d.lgs. 196 del 2003, cosiddetto Codice della Privacy.

Per cui è buona premura registrare la conversazione con la quale concludete una accordo verbale (si pensi ai contratti stipulati telefonicamente e alle promesse fatte dagli operatori delle società di sevizi come le compagnie telefoniche). *Avvocato

conversazioni

Vuoi restare sempre aggiornato sulle notizie della tua città? Iscriviti al nostro servizio Whatsapp CLICCA QUI PER SCOPRIRE COME FARE


SHARE