Il datore di lavoro accedere può accedere alla mail aziendale del dipendente?


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Con una recente sentenza è intervenuta in materia la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha riconosciuto il diritto del datore di lavoro al controllo dell’account aziendale del dipendente, anche in assenza di un danno alla stessa società.



Il controllo della posta elettronica sull’account aziendale da parte del datore è un’intromissione nel diritto alla vita privata, tollerabile secondo la “Convenzione dei diritti dell’uomo” se è di portata limitata. Se il datore di lavoro, infatti, effettua un monitoraggio della mail aziendale e il lavoratore è consapevole della politica aziendale che ne vieta l’utilizzo a fini privati, la violazione della privacy del lavoratore deve essere considerata proporzionata anche perché il datore di lavoro ha il diritto di verificare l’adempimento dei compiti professionali durante l’orario lavorativo. Già in passato, la Corte europea aveva avuto modo di precisare che anche le telefonate e le mail dal posto di lavoro sono coperte dal diritto al rispetto della vita privata di cui all’articolo 8 della Convenzione che include anche il diritto alla riservatezza della corrispondenza.
Per il diritto italiano, ai sensi dell’art. 4, comma 2, dello Statuto dei Lavoratori, gli impianti e le apparecchiature di controllo dai quali derivi la possibilità di monitorare l’attività del lavoratore possono essere installati previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali (Rsu) o, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto, provvede l’Ispettorato del lavoro dettando, se occorre, le modalità per l’utilizzo corretto di questi impianti.

In virtù della normativa vigente, occorre capire se posta elettronica e connessione Internet rientrino o meno nella previsione dell’art. 4 dello Statuto. Secondo la giurisprudenza, l’art. 4 si applica esclusivamente a strumenti esterni allo svolgimento della prestazione lavorativa (come i sistemi di videosorveglianza), mentre la posta elettronica e la connessione Internet sono esclusi dall’ambito di applicazione della norma in quanto strumenti necessari per l’adempimento, da parte del collaboratore, della prestazione lavorativa. In tal senso un’interessante pronuncia del Tribunale di Milano (sezione penale, ordinanza del 10 maggio 2002): si legge nel provvedimento che «l’indirizzo di posta elettronica aziendale in uso al lavoratore avrebbe sì carattere personale, nel senso che lo stesso viene attribuito al singolo lavoratore per l’esercizio delle proprie mansioni, tuttavia “personalità” dell’indirizzo non significa necessariamente “privatezza” del medesimo. L’indirizzo aziendale, proprio perché tale, rientra nella disponibilità di accesso da parte di persone diverse dall’utente abituale, perché la posta elettronica, anche se assegnata al singolo, deve essere intesa come semplice strumento di lavoro».

Concorde la Cassazione (sentenza n. 4647/2002), la quale pone al di fuori dell’ambito di applicazione dell’art. 4 dello Statuto i controlli diretti ad accertare le condotte illecite dei dipendenti.  Tale indirizzo è stato confermato dalla sentenza n. 47096/2007 della Suprema Corte, per la quale il datore di lavoro può leggere la posta elettronica aziendale del lavoratore laddove è prevista la comunicazione delle credenziali di autenticazione al superiore gerarchico.

Tale orientamento, ritiene il Collegio, risulta conforme a quanto sostenuto dallo stesso Garante per la Privacy, il quale, con provvedimento n. 13 dell’1 marzo 2007, ha riconosciuto ai dirigenti dell’azienda il potere di accedere legittimamente ai computer in dotazione ai propri dipendenti, quando delle condizioni di accesso sia stata loro data piena informazione. Per questo, fate attenzione ad inviare messaggi ai vostri attraverso l’e-mail aziendale, il vostro datore di lavoro potrebbe legittimamente scovarle e accusarvi di violazione dei doveri professionali. *Avvocato (mail: ae-emiliano@hotmail.it)

mail aziendale

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