Sua Maestà “La Pastiera”: il dolce che riuscì a far ridere la regina


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È il dolce Vesuviano tipico per eccellenza. Con la sua bontà ha saputo sdoganarsi tutto l’anno Quando si parla di dolci napoletani si parla anzitutto di lei: Sua Maestà “La Pastiera”. Narra l’antica leggenda, che la pastiera prende vita quando una volta sulla spiaggia napoletana le mogli dei pescatori lasciarono nella notte dei cesti con ricotta, grano, frutta candita,  uova e fiori d’arancio come offerte alla sirena Partenope , affinché rendesse benevolo il mare e permettesse ai loro mariti di tornare a terra sani e salvi.



Quando al mattino le donne accorsero in spiaggia per riabbracciare i loro consorti  trovarono insieme ai loro uomini anche una torta nelle loro ceste, la Pastiera. La sirena, aveva deposto le offerte preziose ai piedi degli Dei. Questi, inebriati anche essi dal suo canto, avevano riunito e mescolato con arti divine tutti gli ingredienti, trasformandoli nella prima Pastiera che superava in dolcezza il canto della stessa sirena. Leggenda a parte, resta  comunque un prodotto ricco di significati (come abbiamo ormai imparato per tutti le nostre creazioni alimentari http://www.ilfattovesuviano.it/rubriche/made-in-vesuvio/ ). Il suo gusto faceva già da accompagnamento alle antiche feste pagane per celebrare il ritorno della Primavera. Infatti i suoi elementi nascondevano tutti un significato divinatorio e propiziatorio : la ricotta addolcita è simbolo di abbondanza (nonché la trasfigurazione delle offerte votive di latte e miele tipiche anche delle prime cerimonie cristiane); il grano cotto nel latte, a rappresentare la fusione del regno animale e di quello vegetale, nell’augurio di ricchezza e fecondità; le uova, ad immagine della vita nascente; i fiori d’arancio, ad annunciare il profumo della primavera, ed infine le spezie, come la cannella e la vaniglia, per un abbraccio universale con tutti i popoli dai quali venivano rese.

Così ci erudisce la scrittrice Loredana Limone: “introdotta poi nell’atmosfera mistica della resurrezione di Cristo, è divenuta messaggio di pace e di grazia sulla mensa pasquale. Le suore ne confezionavano un gran numero per le dimore patrizie e della ricca borghesia; quando i servitori andavano a ritirarle per conto dei loro padroni, dalla porta del convento che una monaca odorosa di millefiori apriva con circospezione, fuoriusciva una scia di profumo che s’insinuava nei vicoli intorno e, spandendosi nei bassi, dava consolazione alla povera gente per la quale quell’aroma paradisiaco era la testimonianza della presenza del Signore” (La cucina del Paese di Cuccagna. Passeggiate gastronomiche con Matilde Serao). Un’altra storia invece racconta che Maria Teresa D’Austria, moglie del re Ferdinando II° di Borbone,  cedendo alle insistenze del ghiotto marito, accettò di assaggiare una fetta di Pastiera sorridendo in pubblico per la prima volta. Ferdinando commentò l‘episodio con una battuta: “Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo”.

La Pastiera compì così il miracolo di strappare il sorriso anche ad una austera regina asburgica. L’amalgama e l’equilibrio degli ingredienti, la sua unicità, il profumo di primavera, fanno della Pastiera uno dei capolavori Made in Vesuvio, uno di quei vanti della napoletanità da mostrare con orgoglio a tutto il mondo.

pastiera napoletana

 

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