Ci sono ancora troppe nubi intorno alla terribile rapina del 25 marzo: un assalto armato che si è concluso con un inseguimento sulla Statale 268, una sparatoria e la morte del 28enne Pasquale Prisco. In questi giorni si stanno affollando le notizie di rilievi, di indagini: indiscrezioni ed anticipazioni delle analisi effettuate dal Racis e dalla Scientifica che vorrebbero più persone a sparare e che “mettono” armi anche nelle mani di chi aveva subito la rapina al supermercato Etè e che avrebbe provato a farsi giustizia in proprio. Tutto lecito, giusto indagare, giusto andare a fondo anche per fugare quei dubbi che in quasi due settimane non sono stati ancora risolti.

Guai, però, a trovare strade investigative che possano in qualche modo affievolire la posizione dei due carabinieri-rapinatori, e poi diventati anche killer, Claudio Vitale e Jacomo Nicchetto. Le due “mele marce” dell’Arma hanno infatti confessato, non dopo però aver provato a passare come eroi, difendendosi affermando di essere partiti all’inseguimento dei rapinatori, quando invece avevano vestito proprio loro i “panni” dei banditi. E non hanno esitato a sparare, dicono per difendersi, ma al momento è tutto da verificare. È vero, ci sono tre fori di pallottola sulla loro autovettura, così come Nicchetto è stato ferito ad un gluteo da un proiettile che non sarebbe partito dalle pistole di ordinanza in dotazione ai carabinieri. Ma questo per adesso non deve fare spostare il bersaglio. È giusto che chi era eventualmente armato paghi per il reato commesso, ma è ancora più sacrosanto che – dopo il regolare processo – ci siano pene esemplari per chi ha ammesso di essersi macchiato di un delitto così grave pur vestendo una divisa che porta onori ed oneri.

Il carabinieri che rapina e che uccide commette reato doppio e la pena, qualora confermata in sede giudiziaria andrebbe addirittura raddoppiata, così come accade – secondo dogma cristiano – al cattolico che pecca pur sapendo di farlo e che rispetto ad un ateo è invece cosciente di cosa sta combinando. Insomma, chi ha ammazzato Pasquale Prisco deve necessariamente pagare, anche per restituire nuova credibilità agli uomini in divisa. È vero che in molti hanno capito che ad agire sono stati due disonorati, ma chi è rimasto colpito da vicino dalla vicenda, stenta ad oggi a credere nella sicurezza.

Resta però quell’incredibile rimorso di coscienza, quell’indicibile dolore: perché farsi rapire dal primordiale istinto di rincorrere i rapinatori? Forse, senza l’inseguimento finito nel sangue, oggi i due carabinieri sarebbero ancora a piede libero e chissà a commettere altri delitti. Però, certamente, Pasquale sarebbe ancora vivo e le sue tre bimbe avrebbero ancora un papà. Prendere i malviventi è compito delle forze dell’ordine e non di noi cittadini, anche se talvolta la rabbia può indurre ad errori gravissimi. Alla giustizia resta adesso un’ultima possibilità: quella di rendere onore alla vittima Pasquale attraverso un processo esemplare a carico degli ormai ex carabinieri. Qualsiasi saranno i riscontri sul gruppo che ha inseguito Vitale e Nicchetto la posizione di questi ultimi non va rivista e non ci devono essere attenuanti.

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