I suoi primi rapporti con l’allora capocosca latitante Giuseppe Piromalli, 94 anni, iniziarono a metà degli anni ‘80, quando l’imprenditore di San Giuseppe Vesuviano, Alfonso Annunziata, aveva appena abbandonato il commercio ambulante di abbigliamento nei mercati rionali partenopei, per aprire un negozio nel cuore della città di Gioia Tauro. Proprio in quegli anni si verificarono i primi attentati che costrinsero l’imprenditore ad allontanarsi dalla Calabria ed a farvi rientro solo dopo aver chiesto personalmente il consenso al capocosca, durante la celebrazione di uno dei tanti processi che vedevano alla sbarra il clan.

Da quel momento, ottenuto il placet, Annunziata iniziò la sua scalata imprenditoriale, che lo vide in poco tempo divenire unico proprietario di un vero e proprio impero con la creazione del più grande centro commerciale della Calabria e tra i primi del Sud Italia. Tutto fino a giovedì quando la Guardia di Finanza, su disposizione della Dda,ha arrestato l’uomo sequestrando il suo patrimonio da 210 milioni di euro. Da un lato, insomma, Annunziata poteva lavorare in un regime sostanzialmente di monopolio, senza alcun tipo di problema, anzi, se necessario, ottenendo anche trattamenti di favore da parte della pubblica amministrazione su cui intervenivano pressioni da parte della cosca; dall’altro lato, il clan poteva arricchirsi e svilupparsi nel settore imprenditoriale, cosa che altrimenti, considerata la normativa antimafia, sarebbe stata assolutamente preclusa.

Dalle indagini e sarebbe emerso che, in questa veste, l’imprenditore sangiuseppese, unico e indiscusso leader commerciale dell’abbigliamento nella piana di Gioia Tauro, è addirittura interpellato da chiunque voglia intraprendere un’attività economica all’interno del centro commerciale, non per discutere di vincoli contrattuali o commerciali, ma per avere rassicurazioni sulla tranquillità ambientale, garantendo il suo fattivo contributo quale referente della ‘ndrangheta locale.

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