Tre clan coinvolti in inchieste che hanno portato stamani carabinieri e polizia a eseguire, su mandato del gip di Napoli, 63 misure cautelari, di cui 60 in carcere e tre con la concessione del beneficio dei domiciliari, allentando la pressione criminale nei quartieri di Barra e Ponticelli del capoluogo campano. La prima delle tre ordinanze, per complessivi 42 indagati, riguarda la cosca dei Cuccaro-Andolfi, radicata da 20 anni almeno a Barra, con mire espansionistiche nel vicino quartiere di Ponticelli; tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi, non solo affiliati storici, ma anche le nuove leve, figli e nipoti dei capoclan, protagoniste degli episodi di violenza determinati anche dall’assenza (perché detenuti o latitanti) dei boss sul territorio.

L’indagine sui Cuccaro-Andolfi copre un arco temporale che parte dal 2000 e contesta capi d’accusa che vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso all’usura, al traffico e lo spaccio di droga, all’estorsione alla produzione di monete false al contrabbando di sigarette fino all’omicidio. Una famiglia «con spiccate connotazioni militari – annota il gip – capeggiata da soggetti particolarmente violenti e avvezzi all’uso delle armi pur di affermare l’egemonia criminale ma anche per dirimere controversie interne». Il controllo sul quartiere i Cuccaro-Andolfi lo esercitano anche gestendo le abitazioni anche di edilizia popolare, assegnandole a persone gradite persino estromettendo i titolari, ma anche con una costante vigilanza armata della roccaforte di palazzo Magliaro, trasformato in un bunker. Negli ultimi tre anni, la politica di espansione del gruppo ha determinato una catena di omicidi, tra cui quello di Ciro Valda (25 colpi d’arma da fuoco sparati su di lui il 23 gennaio 2013), preceduto da quello di Ciro Varrello (agguato del 12 gennaio di due anni fa), e quello di Salvatore Abrunzo (8 aprile 2014, 15 colpi d’arma da fuoco). Tra i destinatari della misura cautelare anche Vincenzo Amodio e Marco De Micco, che sino al 2012 erano elementi di spicco dei Cuccaro-Andolfi e poi hanno creato clan autonomi, entrambi già arrestati ad aprile e maggio 2014 rispettivamente). Il boss Angelo Cuccaro è stato preso ad Ardea il 15 marzo di un anno fa dopo due anni di latitanza grazie anche all’appoggio di una fitta rete di fiancheggiatori tra cui imprenditori.

La seconda ordinanza, per 12 indagati, tutti del clan De Micco, costola dei Cuccaro-Andolfi a Ponticelli, e poi cosca a se stante dall’agosto 2012, che ha da tempo un contrasto armato con i D’Amico, e riguarda la gestione delle piazze di spaccio e le estorsioni. Dopo l’arresto dei fratelli boss a maggio 2014 Marco e Luigi, il clan ha continuato a operare sotto la direzione del terzo fratello, Salvatore, arrestato a febbraio 2015, e a gennaio 2015 è responsabile di violenti atti di intimidazione, incendi dolosi a case e negozi e sparatorie in strada, per indurre gli operatori economici a pagare il “pizzo”. Una terza ordinanza, ancora per 12 indagati, riguarda i D’Amico, e contesta anche reati di omicidio, quale quello di Alessandro Malapena e quello del figlio di una coppia eccellente della camorra napoletana, Anna De Luca Bossa e Ciro Minichini, Antonio, ucciso con Gennaro Castaldi il 29 gennaio 2013, ma anche raid armati, gambizzazioni, pestaggi.

«Scene raccapriccianti che danno il senso dell’occupazione militare di alcuni quartieri di Napoli». Sono queste le parole di Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto a Napoli, che ha coordinato il pool di magistrati che ha firmato le richieste di arresto al gip per 63 affiliati a 3 clan dei quartieri cittadini Ponticelli, San Giovanni a Teduccio e Barra, per reati di camorra, omicidio, associazione a delinquere, spari, estorsioni, droga. Ed è la descrizione di immagini che sono state riprese da microcamere nascoste dai carabinieri a convincere il magistrato che si tratta di scene impietose che mostrano «il dispregio per la vita». Nelle immagini, uomini che sparano tra palazzine e donne e bambini che scappano nelle loro abitazioni al parco Conocal di Ponticelli dove abitavano affiliati alla cosca dei De Micco, nemici negli affari di droga dei D’Amico. Una occupazione militare e illegale anche a Barra. «Abbiamo scoperto che le palazzine popolari e la loro assegnazione era tutta nelle mani dei Cuccaro-Andolfi. Molti affiliati abitavano lì senza esserne i legittimi assegnatari – spiega il procuratore capo Giovanni Colangelo – abbiamo messo a segno un colpo importante, ma adesso sono le istituzioni a dover fare la loro parte. Non bastano solo gli arresti, l’occupazione militare del clan dovrà trasformarsi in occupazione di legalità e l’appello è anche al Comune».

I TATUAGGI. Un marchio indelebile sulla pelle, “Fraulella”, per dimostrare la fedeltà assoluta al clan. Quattro giovani – hanno tra i 20 ed i 23 anni – arrestati dai carabinieri nell’operazione condotta nel quartiere di Ponticelli a Napoli avevano tatuato sul corpo il soprannome distintivo della cosca dei D’Amico, storico gruppo di fuoco alleato del clan Sarno. Il tatuaggio – secondo quanto riferiscono i carabinieri – è un omaggio al boss Giuseppe D’Amico, attualmente detenuto e soprannominato “Fraulella”. Ognuno dei quattro, poi, aveva deciso di accoppiare il nominativo con altri disegni, come proiettili, gli occhi di una donna, una rosa o una croce.

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