Antonella Madonna, la moglie fedifraga del boss che diventò capoclan e oggi fa tremare la camorra


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Il passo dall’essere l’alter ego del boss al diventare il capoclan fu breve, quasi naturale. Era la moglie del giovane “padrino”, la compagna del ras che guidava l’ala più agguerrita del clan Ascione-Papale. Ne custodiva i segreti ed era la sua confidente. Conosceva nel dettaglio i suoi traffici, condivideva con lui le scelte tattiche, aveva chiaro il bilancio del gruppo. Fu scontato che quando Natale Dantese fu arrestato nel marzo del 2010, lo scettro passasse a lei.



Antonella Madonna aveva soli ventisei anni, due figlie e tanto, troppo potere tutto in una volta, tutto nelle sue mani. Dopo Enrichetta Cordua, è stata la prima donna di Ercolano a dettar legge, a indossare quei pantaloni simbolo del comando criminale. Due giorni dopo l’arresto del marito si presentò in una concessionaria di via Benedetto Cozzolino e ritirò la macchina che Dantese aveva ordinato prima di finire in carcere. “Adesso ci sono io”, disse. Con quel gesto iniziò la scalata ai massimi vertici dell’organizzazione criminale del “Canalone”. Antonella Madonna andava in carcere e prendeva dal marito quelle indicazioni che le consentirono di gestire a lungo gli affiliati in assenza del marito, di evitare che gli altri pezzi da novanta della cupola si prendessero la sua fetta di torta, quella che Dantese si era conquistato “sul campo”. Antonella Madonna la difese con le unghie e con i denti. Diventò un gigante, continuò a pagare le mesate agli affiliati, a maneggiare le entrate che venivano dalla droga e dal pizzo. Ordinò spedizioni punitive, rappresaglie contro chi non si piegava alle logiche della camorra. La sua fu una gestione perfetta, tale da evitare che il castello costruito dal marito crollasse su se stesso dopo il suo arresto.

Andò tutto liscio, fino a quando non le remò contro la voglia di vivere, di avere di nuovo un uomo accanto a sé. In quel periodo, era il 2011, Dantese fu dichiarato “capo e promotore” del sodalizio, un boss giovane ma carismatico, capace di far trapelare dal carcere quelle notizie che i suoi uomini aspettavano: il ministero ne dispose il trasferimento al 41bis perché le sbarre per lui non erano un ostacolo a delinquere.

Col marito in isolamento e la possibilità di vederlo solo per un’ora al mese, Antonella dovette prendere decisioni senza consultarlo, scegliere senza trasferire ordini: comandare. Ciò che accadde dopo fu delirio di onnipotenza. Antonella aveva l’ultima parola su tutto e si convinse di poter avere un uomo che non fosse il marito. Conobbe un marinaio, ma non gli disse mai di essere la moglie di un boss di camorra. Tra i due iniziò una relazione clandestina. Anche lui era sposato e padre di un bambino.

La coppia viveva nell’ombra la propria storia d’amore. Antonella di giorno era una camorrista, temibile quanto un uomo, per certi versi più determinata, anche più pericolosa. Di sera una donna sola come tante, obbligata ad inventare scuse per fuggire da Ercolano, raggiungere un hotel a ore di Terzigno, un’alcova che credeva sicura per sé e per il suo amante.

Le sue sparizioni serali, però, non passarono inosservate. I fratelli di Dantese, che mal avevano accettato le disposizioni del ras che aveva scelto Antonella come sua “erede” e non uno di loro, la tenevano d’occhio. A un certo punto iniziarono a seguirla, fin quando non scoprirono la verità.

La coppia su sorpresa a letto: ci fu un pestaggio. Il marinaio che solo in quel momento capì che quella storia gli avrebbe potuto causare guai ben più grossi di quelli che vengono da un marito geloso, fu minacciato: “Non la vedrai più, sappiamo dove vivi e dove va a scuola tuo figlio”.

Antonella fu riportata ad Ercolano: suo marito, in prigione, il mese successivo ricevette la visita di sua madre, la quale lo informò che la moglie lo aveva “disonorato”. Ma Dantese conosceva bene la madre delle sue figlie, conscio che fosse un pericolo per lui e per il clan, ordinò ai suoi fratelli di non infierire, di lasciarla perdere, di non provocarla. La macchina della vendetta però si era già messa in moto. Antonella fu umiliata, terrorizzata, privata delle sue figlie che furono portate contro la sua volontà a casa della suocera. Imboccò l’unica strada che le restava e fece ciò che il marito temeva: si pentì.

Oggi è l’unica collaboratrice di giustizia donna di Ercolano. Sta testimoniando in tre processi ed è stata minacciata di morte in due occasioni. Dai clan di Ercolano si è staccato un esercito di pentiti, ma solo contro di lei c’è stato un tentativo di vendetta acclarato, un accanimento a tutti gli effetti. In una delle ultime udienze in cui è comparsa collegata in videoconferenza dalla località protetta dove vive con le figlie, è emerso che alcuni degli Ascione avevano scoperto il luogo in cui si nascondeva ed erano pronti a fargliela pagare.

La gola profonda fa paura, molta più di quanta non ne facciano gli altri pentiti, tutte pedine di second’ordine su di uno scacchiere di cui lei era la regina.

antonella madonna

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