La vera storia della pittrice Margaret Keane e del marito Walter, spaccone e imbroglione di prim’ordine. Lui non sa tenere un pennello in mano, ma per più di dieci anni si dichiara autore di quadri di cui non ha visto nemmeno l’idea, mentre a dipingere i bambini con gli occhi enormi è la dotata moglie, sfruttata e messa nell’angolo. Dopo l’ennesima lite, lei decide di partire per le Hawaii e dichiarare al mondo intero tutto l’imbroglio. Vincerà la causa.

Quando si sente odore di storia vera, come già accennato da tempo, lo spettatore crea, con la narrazione, una sorta di patto “vincolante”. Attenzione: non è finzione “totale”, ma “parziale”. Questa cosa che sto guardando è accaduta, non è figlia della mente fervida di uno sceneggiatore dotato. Si pensi anche al precedente lavoro censito, American Sniper, storia del preciso cecchino americano Chris Kyle, film che riusciva a creare un legame ancora più forte e immersivo nelle terribili atmosfere belliche dell’Iraq. Lo stesso, potente, meccanismo si innesca nella recente pellicola Big Eyes, diretta dal (stavolta poco) visionario Tim Burton, qui alla prova di nuovo con un biopic. La squadra del precedente (e strepitoso) Ed Wood, gli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski, ritornano per questa pellicola, miscelando alla perfezione stili, schemi e generi diversi, regalando un risultato che, a parte qualche piccola pecca, convince e diverte. Il problema principale, ammettiamolo, è che questo sembra tutto fuorché un film del regista di Edward mani di forbice. Il suo stile, infatti, sembra auto oscurarsi (paradossalmente) nella luce degli scenari naturalistici e  iperrealistici della pellicola, che, grazie alla fotografia del preciso Bruno Delbonnel (ne avevamo parlato in maniera favolosa per A proposito di Davis), rischiano di diventare una parte fin troppo invadente della vicenda, oscurando (per troppa luce però) gli stessi protagonisti. Il segreto, invece, di Big Eyes, oltre nello stravagante apparato visivo di alcune sequenze, che si sposano in maniera perfetta con la sceneggiatura precisa e mirata, con continui e chiarissimi riferimenti, inquadratura dopo inquadratura, all’Arte, al Cinema, alla Storia e ai suoi protagonisti e non solo; il segreto, si diceva, sta nella scelta, ancora una volta perfetta, degli attori. Amy Adams regala una interpretazione perfetta, sentita e originalissima, guadagnandosi, recentissimamente, un Golden Globe come Miglior attrice in un film commedia o musicale; dall’altro lato Christoph Waltz (candidato comunque come Miglior Attore ai Golden Globe) nel ruolo del marito della protagonista, sveste i panni bui delle pellicole recenti in cui lo avevamo visto e si diverte a interpretare un “doppio” ruolo, vista l’ambiguità (poi diagnosticata, in seguito, come leggero bipolarismo) di Keane: romantico e sbruffone, violento e spietato. Il film di Burton, allora, diventa un sentitissimo omaggio all’artista Margaret (tanto da farsi commissionare, tempo addietro, un ritratto della moglie) puntellato da pochissimi schizzi di burton-style, come la sequenza delle allucinazioni del supermarket o alcuni momenti nello studio dell’artista. Big Eyes diventa così un’amara riflessione sull’Arte, sull’Occhio, lo Specchio, l’Anima vs. Sogno, sulla riproducibilità tecnica (le copie che il falso artista Keane fa stampare su carta di poco valore, autografandole) e le sue conseguenze sul concetto stesso di Arte (su questo è interessante anche la figura del gallerista interpretato con divertente spirito critico da Jason Schwartzman). In effetti di Arte Burton aveva già parlato (e criticato) con la sequenza del museo del “suo” Batman, dove Joker assaliva un museo d’arte. Il discorso è molto simile, solo che stavolta si pone su un bilancino, dando ragione da un lato e l’altro. Una candidatura ai Golden Globe di quest’anno come migliore canzone originale l’ha ricevuta anche Lana Del Rey, col brano Big Eyes: soffuso e sibilante, sofisticato e sospeso, come solo l’autrice statunitense sa fare, recitando a un certo punto “I was your woman/You were my knight and shining companion/With your big eyes, and your big lies”. Big Eyes resta un film godibilissimo e riuscito, non tra i migliori di Burton, ma che regalano un’interessante punto di vista sulla società degli anni addietro, fatta di regole (conviviali) ben precise, dove l’arte fatta dalle donne era considerata spazzatura e l’uomo aveva il controllo totale sulla moglie. Divertente, inoltre, l’applicazione sul sito italiano della pellicola, dove si può caricare una propria foto e vederla modificata come se fosse stata dipinta da Margaret. Un’ ultima nota: in America il film è stato vietato ai minori di 13 anni per presenza di “tematiche e linguaggio non adatto”. Misteri della censura.

Potrete vedere Big Eyes in queste sale:

-NAPOLI

Filangieri Multisala

Modernissimo

-NOLA

The Space Cinema Vulcano Buono

-SALERNO

The Space Cinema Salerno

bigeyesimmagine