A Natale puntiamo sulla tradizione: Made in Vesuvio non è pandoro e panettone


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Riconosciuto ormai da tutti che il panettone campano può essere anche più buono di quello lombardo (Si pensi tra gli altri a quelli dei maestri pasticcieri Alfonso Pepe, Pasquale Marigliano, e Sal De Riso, pluripremiati al concorso annuale “Re del Panettone”), noi continuiamo a lottare per la difesa delle nostre origini e dei nostri prodotti Made in Vesuvio. Cosa c’è di più tradizionale del Natale? Se Luca Cupiello perde purtroppo seguaci nell’amore per la realizzazione del presepe domestico, e quella colla forse ormai non si squaglia più, non  possiamo permetterci di abbandonare anche le nostre tradizioni gastronomiche.



Se ormai non si può fare a meno dell’albero di Natale che presenzia in tutte le case, e in esso per fortuna si anima la collaborazione familiare, non può più accettarsi pacificamente l’invasione, l’assalto violento dei dolci industriali da supermercato. Pseudo-dolci, pandori, torte, colombe, addirittura pastiere: delle brioches dall’identico sapore sintetico e artefatto. Creme finte dallo stesso gusto. Ciò che ci viene propinato durante tutto l’anno a Natale e a Pasqua cambia forma ma non perde l’anonimato. Ormai non discerniamo più il buono dal cattivo. Nella fretta dell’uomo moderno, la corsa a trovare qualcosa da mettere nel carrello annulla la tradizione e l’umanità che essa trascina con sé. A Natale, non corriamo, riflettiamo e scegliamo. Scegliamo di essere Made in Vesuvio. Ricordiamoci che in quel cartone e in quella busta di plastica che racchiudono il dolce che stiamo comprando non c’è niente di “nostro”.

Gli struffoli, l’affondo nel miele e le decorazioni con confettelli, cedro, scorzette d’arancia, cioccolato. Non vi fermereste mai di tirarne uno dopo l’altro. I roccocò: croccanti, odorosi di cannella e chiodi di garofano e farciti di mandorle o nocciole, scorzette d’arancia e mandarino candite. Mi raccomando, inzuppateli nel vino. I raffiuoli: il pan di spagna odoroso di zabaione, limone, vaniglia e zucchero reso glassa. Che incontro! I susamielli, con la bontà di mandorle e miele. E i mostaccioli col piacere del cioccolato, tradizionali o ripieni, ma per tutti i gusti.

Dietro ai nostri dolci c’è una radice che li lega alla nostra terra e alla tradizione. Ad esempio per gli struffoli, furono importati dai greci, quelli che diedero vita a Palepolis, poi Parthenope. La leggenda poi li vuole essere un buon augurio per le nostre finanze. E poi prepararli, divertendovi insieme ai vostri bambini gli darà sicuramente un altro sapore. Tra le altre storie si racconta che i “susamielli” simboleggiavano il serpente, il diavolo, e il mangiarli si diceva, servisse ad esorcizzare il male.

Leggende, ce ne sarebbero ancora tante e, anche se restano tali, sono le nostre origini, quelle a cui dovremmo restare ancorati in qualsiasi angolo del Pianeta in cui ci troviamo, o con cui interagiamo. Non dimentichiamocene, anzi crediamo nelle nostre risorse. Scegliamo il Made in Vesuvio e soprattutto esportiamo roccocò & friends nelle pasticcerie di Milano, di Londra, di Parigi e di New York. Inventiamoci anche il dolce da supermercato, ma facciamolo realmente Made In Vesuvio, altrimenti rischiamo di vedere la Perugina che all’estero vende il tradizionale “Panettone Napoli”. Con tutto ciò che sappiamo fare di buono, è inaccettabile.

dolci natale

 

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