Europa 1928. Un noto prestigiatore viene ingaggiato dall’amico d’infanzia per smascherare una ragazza che sembra possedere poteri magici. In realtà dietro c’è un ingegnoso inganno per far crollare la razionalità e le convinzioni del prestigiatore; qualcuno, però, non ha fatto i conti con la potenza dell’Amore.

Un film, nuovo, di Woody Allen è sempre una sorpresa. Qualcuno (istintivamente) potrebbe additarlo di ripetitività, di macchinosità, di poca pretenziosità, di prevedibilità. Errore. Le scoperte, ad ogni pellicola (anche se, d’impatto, sembrano si ripetano le suddette caratteristiche), sono diverse e molteplici. E così Mr. Allen, con il suo nuovo Magic in the Moonlight, torna alla mezzanotte, anzi, rispetto a Midnight in Paris fa un passetto indietro (o in avanti), spostandosi alla luce del chiaro di luna, luogo di passaggio (magico, mistico, naturale) tra il nuovo e il vecchio giorno, tra il buio fitto (delle insicurezze) e la luce (chiarificatrice) della luna. Torna allora al tempo “doppio”, anzi, passateci il gioco di parole, al tema del doppio. Sfida continua tra reale e irreale, verità e menzogna, buio e giorno, colore e oscurità, gioia e dolore, dubbio e sicurezza, fede e ateismo. Ancora una volta la scrittura caustica e precisa di Allen, si mischia al suo solido regime registico, creando un mix perfetto che potrebbe attirare lo spettatore al pensiero di una classica storia d’amore (c’è anche quella è ovvio, ma in seconda lettura), che in realtà è specchio di una più profonda riflessione sulla difficoltà di credere in qualcosa, che si tratti di Morte, Aldilà, Amore e affini. E ogni cosa viene filtrata, dal regista americano, attraverso un duplice sguardo, cioè quello dell’altro, dell’opposto, del “diverso da me”. La stessa ambientazione, a pensarci bene, non è causale: il 1928, periodo di sperimentalismi filosofici e psicanalitici, a un passo dai totalitarismi che avrebbero portato alla guerra, tutte le sicurezze, le certezze detenute fino ad allora dalla scienza, dalla mente, dal cittadino, iniziano a sfaldarsi inesorabilmente, come la convinzione dell’illusionista/smascheratore interpretato da un convincente e scanzonato Colin Firth, elegante personificazione del credo categorico del Reale, dello “spettatore” distratto, attento e disilluso di fronte al “non” reale della pellicola. La voglia è quella di potere credere a qualcosa di diverso per potere rinascere, un po’ come accadeva con La rosa purpurea del Cairo (pellicola che con quella in esame ha parecchi punti di collegamento), dove il protagonista di un film sbucava dallo schermo a rapire la bella casalinga frustrata: la finzione diventava materiale e la realtà rischiava di diventare finzione. Ma i meccanismi alleniani sono precisi e puntati sullo “scontro”: si pensi ai doppi di Match Point o il recentissimo Blue Jasmine (due, e più, persone in uno) o agli esordi, con i continui litigi/riappacificamenti di Io e Annie. Stavolta il doppio, però, ha gli occhi azzurro cielo (stellato?) della magica (mai aggettivo e interpretazione furono più azzeccati) Emma Stone, gracile, affascinante e bravissima, che incatena lo spettatore rischiando di farlo precipitare nella luce dell’abisso del celeste acceso dei suoi occhi: lei è lo spettatore capace di cedere a tutte le lusinghe dell’irreale, dell’ignoto, del poco spiegabile, finendo per cadere, lentamente, nell’orrore quotidiano del razionale. Un film delizioso, Magic in the Moonlight, che sfiora (e a tratti tocca) la perfezione, diretto e scritto come solo Allen sa fare (alcune sequenze, come quella della proposta di matrimonio, sono puri capolavori), con estrema precisione e semplicità, ma allo stesso tempo con un rigore e cura unici. Si pensi a tutto il lavoro svolto sulla fotografia da Darius Khondji (già in Midnight in Paris e in Amour di Haneke), dove (oltre al bellissimo lavoro svolto sugli esterni della Costa Azzurra dove è ambientata la maggior parte della pellicola) da un lato la giovane protagonista è immersa nell’accecante e candida luce solare (la gioia del credere alla semplicità delle cose), mentre dall’altro il dubbioso Firth è immerso nel suo completo nero, nell’ombra più totale (la continua ricerca della “causa” e del suo risultato). Lentamente però, sia narrativamente che visivamente, il carattere dell’illusionista/smascheratore cambia, inizia a spostarsi verso la “luce”, scostando i suoi dubbi, forse, però moltiplicandoli. Fino all’apice: lui, vestito in sgargianti colori che la chiede in sposa e lei, vestita in scuro, che ha deciso di “razionalizzare” il suo dono, sposando un giovane e ricchissimo spasimante. L’inversione delle convinzioni è stata effettuata. Colonna sonora e costumi strepitosi in pieno Gatsby-style, per un film che andrebbe rivisto altre cento volte, solo per mostrare, ai registi odierni, cosa sia non solo il Cinema, ma come un “giovanotto”, nonostante i suoi ottanta anni, abbia ancora qualche dubbio non solo sulla Fede, il Reale e la Magia, ma soprattutto su quel sentimento che racchiude un po’ tutti e tre: l’Amore.

Potrete vedere Magic in the Moonlight in queste sale:

-NAPOLI

Filangieri Multisala

Med Maxicinema The Space Cinema

Metropolitan

Modernissimo

Plaza Multisala

-AFRAGOLA

Happy Maxicinema

-CASORIA

Uci Cinemas

-CASTELLAMMARE DI STABIA

Complesso Stabia Hall

-NOLA

The Space Cinema Vulcano Buono

-TORRE DEL GRECO

Multisala Corallo

-SALERNO

Apollo

The Space Cinema Salerno

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