Poesia, Storia ed emozioni: il favoloso Leopardi di Martone


419

La vita di Giacomo Leopardi, dall’infanzia durissima e piena di studio in quel di Recanati, ai viaggi a Firenze, Roma e Napoli, tra letterati illustri, malattie e piccolissime, intime, gioie. In mezzo alcuni dei versi più belli della letteratura italiana.



Difficile provare ad analizzare (in poche righe) il nuovo, bellissimo, film di Mario Martone, Il giovane favoloso, ispirato (d)alla vita e agli scritti dell’immenso poeta italiano Giacomo Leopardi. E qualcosa vorranno dire i dieci, lunghi e commoventi, minuti di applausi alla prima proiezione alla Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, dove il film era in concorso. Stratificato in/di tantissimi percorsi, la pellicola martoniana, oltre a presentare una sorta di fil rouge visivo e metaforico con il precedente risorgimentale Noi credevamo (che in parte potrebbe esserne una sorta di seguito, in parte capitolo integrante), presenta moltissimi squarci di significato, strade interpretative legate alla narrazione, all’interpretazione, alla Storia, alla Poesia e l’Arte. Ognuna di queste componenti si incrocia e si amalgama alla perfezione nel narrare (potremmo suggerire “nel sussurrare”?) parte della vita di Giacomo Leopardi: già la locandina (con il volto del poeta capovolto) e il titolo (preso dall’opera Da Moby Dick all’Orsa Bianca, di Anna Maria Ortese che precisa: «Ho pensato di andare verso la grotta, in fondo alla quale,[…] dorme, da cento anni, il giovane favoloso») predispongono la visione di un’opera trasversale, controcorrente (questi due aggettivi sono sicuramente parte integrante del descrivere l’impatto della poetica leopardiana per l’epoca) e intenzionata a non lasciare nulla al caso. Il regista e sua moglie, Ippolita Di Majo, si incaricano della scrittura del soggetto e della sceneggiatura, studiando le carte manoscritte leopardiane, lasciando trasparire il pensiero “puro” dell’artista di Recanati, lasciando intuire, più che presentare, accennando più che enfatizzare. Ne scaturisce un lavoro perfetto sulla “parola” (bisbigliata, urlata, scritta, teorizzata e soprattutto pensata), che diventa strumento necessario per incarnare alla perfezione personaggi eccezionali. E qui la riflessione sull’interpretazione: possiamo solo additare quella di Elio Germano nei panni del Leopardi come la più bella vista in quest’anno nell’ambito del cinema italiano. La sua è una interpretazione magistrale, senza sbavature, e se ci sono, rappresentano parte essenziale di un Leopardi “mostrificato” dalle sue deformazioni alla schiena e degli studi “disperatissimi”. Ma il lavoro di Germano è totale: ogni piccolissimo gesto, ogni singolo movimento o sguardo è pulsante e vibrante emozione visiva, interessando ogni singolo muscolo del corpo del (rinato) poeta. Qualcuno (con troppa e inutile spavalderia) ha additato l’intero film e l’interpretazione di Germano come troppo “didascalica”. Peccato sia l’esatto opposto. Il Leopardi germaniano è corpo trasudante milioni di emozioni (potremmo dire quasi “liquide”, ma qui si aprirebbero milioni di altre strade interpretative), corpo includente pronto a non scoppiare mai, dedito ad incassare le più profonde sconfitte della vita. Un Leopardi che fissa il “suo” infinito declamandolo, un “giovane favoloso” che fa dello “sguardo” il suo metro di comprensione al mondo: si pensi alle tante finestre che danno sul “Mondo”, che lasciano intuire il respiro di un universo “altro”. Mondo che sembra a tratti incantato, selvaggio (non scordiamoci il fondamentale rapporto che Leopardi, il suo pensiero e le sue opere avevano con la Natura, rapporto qui rappresentato in maniera perfetta), onirico, opprimente, solare (e incredibilmente pittorico, altro campo dal quale si può partire per una lunga riflessione): tutto merito del lavoro eccelso di Renato Berta alla fotografia, che enfatizza la divisione del film in tre macro blocchi (e tre linee metaforiche precise): la giovinezza, colma di accecante luce, dove Leopardi “cresce” e scopre il mondo e tutte le sue “fisiche” angolazioni; la maturità, con la fuga da Recanati, i soggiorni a Firenze e Roma; e gli ultimi anni, nella Napoli dell’Ottocento, piena di solchi storici e sociali, buia e illuminata da poche (forse inutili) candele. Tutto parte dalla Luce e lentamente, mentre il corpo del poeta si deforma, si scurisce, come quasi a segnare un cammino verso l’oscurità, senza barlumi di speranza (nemmeno la lava del Vesuvio riesce a placare la malinconia del poeta). Questi “moti dell’anima”, oltre che dalla fotografia, sono enfatizzati dall’ottimo lavoro alla colonna sonora, che oltre a molti brani della tradizione classica (si pensi a Gioacchino Rossini), trova il fondamentale apporto del tedesco Sascha Ring (alias Apparat), che puntella la pellicola di eccezionali momenti elettronici, che sembrerebbero stonare con il rigore dell’epoca, ma in realtà sono perfetti per raccontare il mondo (esterno ed emotivo) del Leopardi. Un film, Il giovane favoloso, che spinge all’attualità, alla crisi di idee, al mondo politico di allora vs. odierno (già come aveva fatto Noi credevamo). E i mezzo, mirabilmente teorizzato e mostrato allo spettatore, il pensiero leopardiano, con tutto il suo favoloso pessimismo, non segnale di profonda “tristezza”, ma (punto importantissimo e fondamentale di questa pellicola) momento di accanimento alla Vita, alla ricerca di qualcosa di “favoloso” che possa farne valere le sofferenze.  Bernardo Bertolucci ha detto del film di Martone: «Ecco come si filma la poesia». Impossibile dargli torto: non dovete perdervelo assolutamente.

Potrete vedere Il giovane favoloso in queste sale:

-NAPOLI

America Hall

Filangieri Multisala

La Perla Multisala

Metropolitan

Modernissimo

-AFRAGOLA

Happy Maxicinema

-ISCHIA

Excelsior

-NOLA

Multisala Savoia

-SALERNO

Cinema Teatro Delle Arti

-MERCOGLIANO

Movieplex

i

Vuoi restare sempre aggiornato sulle notizie della tua città? Iscriviti al nostro servizio Whatsapp CLICCA QUI PER SCOPRIRE COME FARE


SHARE