La rabbia dell’America brucia ne Il fuoco della vendetta


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La vita scorre lenta in un paesino qualunque dell’entroterra americano. Un giovane e tranquillo operaio viene coinvolto in un incidente mortale e finisce in galera. La fidanzata si rifugerà tra le braccia del locale capo della polizia, mentre il fratello morirà per mano di un losco criminale per un affare di lotte clandestine. La vendetta del giovane operaio sarà lenta e precisa.



Iniziamo col dire che il film di cui stiamo per parlarvi entra di diritto, fin da ora, nella lista delle pellicole più belle uscite nei nostri cinema quest’anno. Aggiungiamo poi che anche stavolta il marketing italiano (come capita spesso) ci ha confuso le idee, affibbiando un titolo che anticipava tutt’altro genere di film. A sentirlo, Il fuoco della vendetta,  potrebbe sembrare uno di quei film “uccidi chi voglio bene, quindi morirai tra le pene dell’Inferno”, con fuochi, armi di tutti i generi, acrobazie da saltimbanco, fiamme e cadaveri sparpagliati per tutta la durata della pellicola. E qualcosa del genere c’è (non vogliamo rovinarvi nulla), ma forse trattato e “impiattato” in modo diverso, in modo da non creare un film troppo di “genere”. Forse, poi, nel titolo italiano l’obiettivo era richiamare quel Man on Fire del 2004, uscito da noi sempre con Il fuoco della vendetta, con Denzel Washington e diretto da Tony Scott, che, insieme al fratello Ridley, è tra i coproduttori della pellicola, tra i quali figura anche un certo Leonardo DiCaprio (che, si vociferava, dovesse avere il ruolo da protagonista). Hanno avuto ottimo fiuto,comunque, perché il film, diretto da Scott Cooper (pupillo di Robert Duvall) e presentato l’anno scorso al Festival Internazionale del Film di Roma è davvero molto bello. Cadaveri, in effetti, ce ne sono, e tanti, ma… respirano. No, non siamo impazziti e non stiamo parlando di zombie, ma di gente che si sente “già” morta. Svuotata di ogni passione o emozione positiva, ma immersa nel dolore dell’anima, di quello che ti logora giorno dopo giorno e che fa più male di una coltellata al cuore. La stessa Braddock, cittadina dove è ambientato il film, sembra un enorme corpo morto, che sta esalando gli ultimi rantoli. Si pensi, infatti, al titolo originale, Out of the Furnace: fuori dal caldo della città “paterna”, nulla potrà farci del male; ma forse ci facciamo del male anche a restarci in questo guscio, a rimanere intrappolati nel vischio della ripetitività, della noia, della prevedibilità (si pensi al personaggio della fidanzata del protagonista, che non scappa via dal paese e si fidanza col capo della polizia, amando ancora il suo uomo, ma “sistemando” la sua reputazione). La bravura del regista (qui alla sua seconda prova, dopo il lontano e comunque bellissimo Crazy Heart del 2009 che gli valse due premi Oscar) è quella di miscelare a dovere tutti gli ingredienti che ha a disposizione, con qualche caduta di stile (forse) soltanto nello sviluppo della vicenda, che se tiene col fiato sospeso e con un certo senso d’angoscia lo spettatore per ben tre quarti di pellicola, poi acquista troppa linearità e prevedibilità nel finale. La sceneggiatura, scritta così come il soggetto dallo stesso Cooper e da Brad Ingelsby, è un meccanismo a incastri di disperazione, rabbie, paure, debolezze in cui è sprofondata l’America degli ultimi anni. A conferma di ciò, non a caso il brano che apre e chiude il film è la bellissima Release, dei Pearl Jam, straziante preghiera a un Padre (o alla Nazione?) che non c’è più, che si allontana e che lascia a sé stessi i suoi figli. I figli di questo Male sono (gli straordinari) Christian Bale e Casey Affleck, fratelli nella pellicola, poli opposti e comunque incrocianti dell’intera vicenda. Il primo è il protagonista assoluto, perfetto e (fin troppo) tranquillo cittadino, impegnato nel seguire le orme del padre (svolge lo stesso lavoro), a tenere vive le tradizioni di famiglia, ma allo stesso tempo a sognare di scappare lontano dalla sua piccola città. Chi è scappato davvero è il fratello minore, ruolo lasciato ad Affleck, arruolatosi nell’esercito americano e tornato a casa con traumi giganteschi (e qui la critica al Governo/Nazione si fa ancora più pesante: “Padre perché mi hai mandato in guerra a immergermi nel dolore profondo? Ora non mi riconosco più”). Ultimo perno narrativo è Woody Harrelson, anello di congiunzione tra Male e Bene, specchio incrinato di una umanità che non si riconosce nemmeno nel proprio sangue, incarnazione stessa della disperazione. Il resto del cast è eccezionale: Willem Dafoe, Sam Shepard e Forest Whitaker donano prove intense e toccanti. Fotografia strepitosa di Masanobu Takayanagi (visto già ne Il lato positivo). Un dolore così lo avevamo già visto in Come un tuono dell’anno scorso: Il fuoco della vendetta è la faccia sporca, disperata e traumatizzata dell’America sonnolenta.

 

Potrete vedere Il fuoco della vendetta in queste sale:

-NAPOLI

Ambasciatori

Med Maxicinema The Space Cinema

Modernissimo

-NOLA

The Space Cinema Vulcano Buono

-AFRAGOLA

Happy Maxicinema

-ISCHIA

Excelsior

-SALERNO

The Space Cinema Salerno

-PONTECAGNANO

Duel Village

ilfuocodellavendetta

 

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