Un viaggio (biblico) verso la Speranza: The Road

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Un Uomo, un Figlio, uno scenario post-apocalittico. Entrambi tentano di sopravvivere tra macerie, bande di malviventi e cannibali. Un viaggio nel cuore dell’America devastata, verso il sud, verso il mare, verso un miraggio o forse verso la totale redenzione (terrena).



Eccolo The Road, il nuovo film di John Hillcoat, alle prese con l’adattamento cinematografico del romanzo premio Pulitzer La strada di Corman McCarthy.  L’eredità era forte: i fratelli Coen avevano fatto man bassa di Oscar riportando sullo schermo il precedente romanzo di McCarthy: Non è un paese per vecchi. La sceneggiatura, redatta da Joe Penhall, segue fedelmente il romanzo, perdendosi, forse, in qualche cliché di troppo (alcune scene strappalacrime pilotatissime per esempio). Film debitore a tanti del suo genere (catastrofico o altro?), tre i più significativi: Zombi di George Romero (per la gente che “mangia” altra gente, e per le scene nel rifugio antiatomico pieno zeppo di generi alimentari), 28 giorni dopo di Danny Boyle (per la fotografia che rappresenta l’America senza forme di vita: digitale, ma davvero spettacolare) e Cast Away con Tom Hanks (per i modi in cui i due protagonisti cercano di sopravvivere). Ecco allora la difficoltà in cui si incappa nel vedere The road: staccarsi dai generi, dalle immagini che il digitale ci propone e riflettere sul senso del “viaggio” dei due protagonisti. Un viaggio verso la Luce, che durante il tragitto non esiste (che “illumina” il male) e il buio nasconde la parte buona dell’umanità: “Noi siamo i buoni, portiamo la luce” dirà l’Uomo, mentre il Figlio, soffiando su un pezzo di legno bruciato (il mondo?), ravviva il fuoco (la Speranza?). Cos’è l’Uomo (non a caso in maiuscolo, non conosceremo mai il suo nome), se non l’Uomo Qualunque, impreparato a una catastrofe che coinvolge tutto il pianeta? Un film tutto in bianco e nero, sporco, come i protagonisti, come la coscienze di tutta l’Umanità. Charlize Theron (discreta) è la moglie dell’Uomo, ma lei è l’Umanità debole, che non riesce a sopportare la chiusura della catastrofe e la perdita del rapporto comunitario.
Il suo suicidio è il suicidio di tutto il genere umano, da cui però i protagonisti non riescono a staccarsi: non riuscendo a ripartire da zero, legandosi sempre al passato. Non sappiamo in che anno, né dove siamo o cosa è successo. Ma ci dovrebbe importare? Il degrado è prima di tutto nel perduto senso di “civiltà”. Nella gente che si attacca, che non si fida più dei suoi simili, arrivando a nutrirsene (la riflessione sul cannibalismo che potrebbe scoppiare in una post catastrofe mette i brividi), nella difficoltà a riconoscere i “buoni” dai “cattivi” (il Figlio dirà all’Uomo: “Non riesci più a fare la differenza”). Tutto è caos: ecco che il viaggio dell’Uomo (Viggo Mortensen: superbo), diventa viaggio biblico (piccoli episodi in cui il Padre [potremmo chiamarlo Giuseppe o è proprio lui il Cristo?] insegna qualcosa al Figlio), dantesco (dal buio dell’inizio, alla luce del mare e all’incontro con una sorta di Beatrice). Tutto per salvare il Figlio (Dio?) che si “tramuta” nell’Umanità intera (siamo artefici del nostro Destino…). Vietato ai minori di 14 anni, il film ha avuto problemi di distribuzione perché ritenuto troppo “forte” e “deprimente”. In realtà è molto peggio: una vera coltellata alle nostre coscienze.

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