Vesuvio, da Locarno nuovo allarme: «Esploderà, ma continuiamo a sfidarlo»

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Esiste «un allarme Vesuvio, gli scienziati sono convinti che sia solo questione di tempo prima che il vulcano erutti, ma i cittadini sono totalmente impreparati alla possibile tragedia aggravata dagli abusi. Sarebbe bello sapere cosa ne pensano De Magistris e Caldoro». È l’interrogativo che pone Gianfranco Pannone, parlando del suo documentario Sul vulcano, fuori concorso al 67/o Festival di Locarno e in sala in autunno distribuito da Cinecittà Luce.



Un viaggio dove ieri e oggi si fondono, tra vita, morte, arte, abusi e minaccia reale, per raccontare la zona rossa del Vesuvio, a rischio in caso di eruzione vulcanica (al tema è dedicato anche il servizio di copertina del numero di agosto di Le Scienze, ndr). Un’area che riguarda circa 27 comuni, con «la densità di popolazione più alta d’Europa», come sottolinea una guida nel film. Pannone, documentarista abituato ad affrontare spesso temi controversi come ha fatto con Il sol dell’avvenire, sulla nascita delle Br, presentato proprio a Locarno nel 2008, adotta stavolta una chiave poetica ed evocativa per raccontare il rapporto di chi vive nell’area del vulcano. «Da napoletano, non volevo fare un reportage di denuncia sociale, ma puntare l’obiettivo sulle persone, sui quei custodi del Vesuvio che vivono con un fatalismo gentile e disperato l’incombente pericolo». Una prospettiva che porta a conoscere «una terra meravigliosa e assassinata, un paradiso perduto, una ferita aperta sul mondo – spiega il regista – Come è possibile che per decenni la connivenza politica abbia permesso lo scempio operato dalla criminalità organizzata e i cittadini si siano disinteressati dei rischi portati dai tanti edifici abusivi, come l’Ospedale del mare di Ponticelli, che si sta costruendo in piena zona rossa, o dalle colline di monnezza ai piedi al vulcano?».

Nell’ideare “Sul Vulcano”, Pannone è partito da una domanda: «Ha fatto più danni il Vesuvio in 2000 anni o l’uomo in 100? L’uomo sicuramente, perché ha deciso di sfidare la natura». Un percorso, quello del film, tra testimonianze, immagini inedite e preziosi filmati di repertorio, anche della distruzione portata dalle eruzioni del 1906 e del ‘44. «Sono riprese che ho lasciato spesso grezze come le ho trovate, volevo risultassero come “materiale lavico”», dice il regista. Un altro filo conduttore sono le parole di poeti scrittori e filosofi sul vulcano, dal Marchese de Sade a Giordano Bruno, da Matilde Serao a Leopardi, da Plinio il giovane a Sandor Marai. A leggerle sono, fra gli altri, Toni Servillo, Donatella Finocchiaro, Andrea Renzi, Leo Gullotta, Iaia Forte, Roberto De Francesco, Aniello Arena.

Fra le tante testimonianze di oggi, tre i volti e le storie simbolo: Maria, florovivaista ai piedi di una villa vesuviana, Yole cantante neomelodica che vive la libertà delle proprie scelte conciliandola con la forte devozione alla Madonna, e Matteo, artista che porta nelle sue opere la terra e i colori del vulcano. Ritratti quotidiani che uniscono arte e fede, fatalismo e realismo. «Volevo uscire dai cliché – dice Pannone – In genere di Napoli vengono mostrate sempre le stesse due facce, Pulcinella o Gomorra. Io rifiuto quest’idea, la trovo razzista. Napoli è dolorosa, è la faccia di Eduardo De Filippo, è fatta di luci e grandi ombre».

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