Acquedotto di Augusto, i comitati: «Portare alla luce i reperti tra Palma e San Gennaro»


1314

Dopo la denuncia-invito formulata dal passionario Gennaro Barbato del Comitato Civico di Ottaviano di chiedere al primo cittadino di Ottaviano, Luca Capasso di riportare nella città i reperti archeologici, in primis il capitello, custoditi presso il Museo di Nola, balza ancora agli occhi, soltanto nell’anno dei festeggiamenti, un’altra opera eseguita da Augusto in Campania. Noto è che, una delle prime opere pubbliche dell’imperatore romano, fu la costruzione di un grandioso acquedotto, che dalle sorgenti del Serino, sull’altopiano Irpino, portava acqua ai principali centri della Regione.



Essa attraversava, ora con condotti sotterranei, ora con ponti, canali, tutta la pianura campana, lungo la direttrice che toccava Sarno, Palma Campania, San Gennaro Vesuviano, Casalnuovo, San Pietro a Patierno, Napoli, Pozzuoli, fino a Capo Miseno, alla famosa piscina Mirabile. La storia ci insegna che fino al settembre del 1966, nessuno aveva scoperto a che punto si diramasse la biforcazione dell’Acquedotto Augusteo, verso Nola, quando per un caso fortuito, si è potuto stabilire con certezza il luogo della deviazione. Il docente Michele D’Avino, scriveva nel 1983 che durante i lavori di scavo per la costruzione di una vasca terminale di una fognatura, nel territorio di San Gennaro Vesuviano (località Rummafavi), fu scoperto un piccolo edificio, sbriciolato ben presto dalle ruspe che scavavano. Si salvò soltanto una lapide con un’iscrizione e, cosa più importante, otto fistule di piombo, che confermava l’esistenza, se non altro, dell’abitazione di un custode o di un addetto all’acquedotto. Alla fine degli anni 1930, nella stessa zona, nel fondo di un contadino, che era intenta, in piena estate, all’irrigazione del proprio campo, si aprì una voragine, dalla quale fu scoperto un antico condotto in muratura: non era altro che un ramo dell’antico Acquedotto Augusteo. Sia dell’edificio del 1966 che del condotto del 1930 non si è saputo più niente, mentre l’iscrizione, salvata da un provvidenziale intervento, non era altro che un cippo sepolcrale, di relativa importanza, di un certo Caio Rufo.

Nel 1930, durante i lavori di allacciamento della Sorgente Aquaro all’Acquedotto di Napoli, fu scoperta una grande iscrizione dell’età di Costantino. Comunicava notizia circa i restauri compiuti negli anni 323/324 (d.C.), e i nomi delle città che beneficiavano dell’Acquedotto, che erano: Pozzuoli, Napoli, Nola, Atella, Cuma, Acerra, Baia e Miseno; mentre nel 1939, un’altra lapide, scoperta alle sorgenti dell’Acquedotto Napoletano, confermava i lavori portati a termine nel 330, da Costantino il Grande e dai figli Crispo e Costantino II. Nelle città menzionate manca, naturalmente Pompei, perché già sepolta dall’Eruzione del 79 d.c.

Matteo della Corte, direttore degli Scavi di Pompei, nel 1939, scriveva che il fondatore dell’Acquedotto Romano del Serino non era stato Claudio, bensì Augusto e che la vera denominazione fosse: Acquaeductus Fons Augustei. D’altra parte nei pressi di Montella (Alta Irpinia), si trova una lapide che porta la seguente iscrizione: Acquaeductus Fons Augustei… Puteoli, Neapolis, Nola, Atella, Acerrae, Cuma, Misenum. La denuncia portata avanti è quella di permettere e di portare alla luce le condotte dell’acquedotto, conoscere tutte le biforcazioni, fermare il cemento selvaggio su terreni che hanno nel loro sottosuolo quest’importante opera. Chi sa cosa penserebbe oggi l’imperatore romano dello scempio fatto per una delle prime e importanti opere da lui costruite.

O

 

Vuoi restare sempre aggiornato sulle notizie della tua città? Iscriviti al nostro servizio Whatsapp CLICCA QUI PER SCOPRIRE COME FARE