America, anni ‘80. Un elettricista texano, tutto sesso, droga e rodei, per caso scopre di avere contratto l’AIDS. Stanco delle cure propinategli in ospedale, fonda, insieme a un travestito, un club per compratori di farmaci illegali, che però consentono di combattere la malattia in maniera migliore. Inizierà la sua personale battaglia non solo contro la malattia, ma contro l’intero sistema farmaceutico americano.

Ancora una volta il corpo. Fulcro da un po’ di tempo (ne abbiamo accennato in molte recensioni passate) di molta cinematografia, soprattutto americana (la mente va sempre a Shame di Steve McQueen). “IL” corpo. Componente necessaria e pulsante di quella complessa (e a volte neanche riconosciuta) Arte denominata Recitazione. Corpi attoriali devastati (o valorizzati, attenzione qui si tratta di punti di vista) dalle nuove frontiere della Computer Graphic. Ma allo stesso tempo membra mosse da passioni incontrollabili, che esplodono tra urla soffocate e graffi, piccoli passi e  sguardi feroci. Questi sono solo alcuni degli spunti riflessivi innescati dalla visione di Dallas Buyers Club, pellicola del 2013 diretta da Jean-Marc Vallée e (dopo la scarsa distribuzione dell’anno scorso) riproposta nelle sale in queste settimane, grazie, forse, ai tre premi Oscar che ha conquistato. Un film “corporeo”, basato su una storia vera e che potremmo definire (non peccando di prevedibilità analitica) “scomodo”: si pensi  all’interessante Insider-Dietro la verità di Michael Mann, con un Al Pacino in stato di grazia.

Queste pellicole (a differenza di pellicole (pseudo)documentaristiche prettamente di denuncia, come quelli diretti da Michael Moore) riescono, concentrando l’attenzione dello spettatore sulla trama della vicenda, a lanciare (mica tanto) sottili frecciate alle lobby americane, che si tratti di quelle del tabacco, armi o prodotti farmaceutici. Il film di Vallée, presentato al Festival Internazionale del Cinema di Roma dell’anno scorso, narrando la (quasi) biografia del duro Ron Woodroof, non dà uno sguardo diverso alla lotta all’AIDS, ma utilizza due attori (due corpi!) in forma strepitosa per narrare un dramma gigantesco. Il primo è l’eccezionale Matthew McConaughey, nel ruolo del protagonista principale, il secondo è Jared Leto, nei panni di Rayon, omosessuale e socio in affari di Ron. Entrambi hanno portato a casa un Oscar, il primo come miglior attore, il secondo come migliore attore non protagonista. E lo ammettiamo senza remore: questi premi sono meritatissimi. L’interpretazione di McConaughey (che tra l’altro compare in The Wolf of Wall Street, per il quale Leonardo Di Caprio era in nomination per la stessa categoria agli Oscar) è impressionante. La regia di Vallée lascia libero spazio ai due corpi attoriali protagonisti, in e fuori lo schermo, lasciandone pulsare ogni singolo nervo, ogni singola palpito. Grazie a McConaughey respiriamo con Ron, guardiamo le sue emozioni (anche quando ci si sofferma nella ripresa in soggettiva barcollante e sfocata), lo guidiamo in una crescita non solo spirituale ed emotiva (da uomo psicologicamente e moralmente “chiuso” diventa aperto e disponibile), ma soprattutto fisica. Il corpo scheletrico di Ron “sbatte” contro i muri bianchi, lucidi e ovattati degli ospedali e delle sale ovali di mezzo mondo, metafora di specchi che invece di riflettere la faccia pulita della sanità (e forse dell’America intera) nascondono labirinti di doppi giochi, facce false e intrighi milionari ai danni della società americana. Di contro quasi tutte le scene e sequenze che vedono protagonista Ron sono immerse prima nel buio totale e, gradualmente, tendenti alla Luce (stranamente tutto si fa più illuminato solo con l’avvicinarsi della Morte, della Fine, identificata sicuramente con dei colori scuri), enfatizzate dal lavoro convincente di Yves Bélanger alla direzione della fotografia.

Emozioni intense le regala anche Jared Leto (componente della nota band 30 Seconds To Mars) nei panni di un travestito omosessuale, controparte (emotiva e morale) di Ron. Anche la sue interpretazione è assolutamente fuori dagli schemi, incredibile, spettacolare. Forse tra le sue pecche Dallas Buyers Club insiste troppo su una sceneggiatura virata alla classicità, scritta da Craig Borten e Melisa Wallack, e che trascura personaggi interessanti (uno su tutti quello della sempre brava Jennifer Garner), sospendendo troppo la vicenda su tempi lunghi e dilatati. Colonna sonora da brividi, composta da classici rock e remix di musica elettronica: spiccano City Of Angels (in acustico) dei 30Seconds To Mars (I found myself in the fire burned hills/In the land of a billion lights) e Life Is Strange, dei T.Rex, (Oh God, life is good/Some are fat and some are thin/Some don’t even ask you how you’ve been) che, in effetti, sembrano essere le controparti musicali dell’intera vicenda. Peccato che, nonostante l’estrema bellezza della pellicola, il film sia già scomparso dalle cinema nostrani, mentre pellicole con, sicuramente, una qualità molto più bassa, restano a occupare le sale. Ma si sa… C’est la distribution cinématographique!

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