L’area vesuviana «è una delle aree vulcaniche più pericolose del mondo ma anche una delle più monitorate». Per questo, «anche se non sono rilevati dati che possano far pensare a una prossima ripresa dell’attività del Vesuvio» il nuovo piano di sicurezza entrato in vigore la scorsa settimana è fondamentale, anche perché «molto spesso si parla di questi discorsi come se si parlasse al bar del sport». Lo dice, in commissione Ambiente, parlando della situazione geosismica dei sistemi vulcanici campani, il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli, che ricorda come «il piano del 2006 prevedeva l’evacuazione preventiva dei 18 comuni dell’area rossa» che ora sono stati portati a 25, della provincia di Napoli e di Salerno, vale a dire Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Palma Campania, Poggiomarino, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, Sant’Anastasia, San Gennaro Vesuviano, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase, e Scafati e parte dei territori dei comuni di Napoli (parte della circoscrizione di Barra – Ponticelli – San Giovanni a Teduccio), Nola e Pomigliano d’Arco (enclave nel territorio di Sant’Anastasia).

Gabrielli ha spiegato che «in questo momento per il Vesuvio il livello di pericolo è base, cioè verde. Per la comunità scientifica il passaggio al livello di attenzione successivo, giallo, è prestabilito, mentre per quello da pre-allerta ad allerta è subordinata alle valutazioni della commissione Grandi rischi». Il piano di evacuazione è stabilito con un minimo di 72 ore di anticipo perché «l’unico vantaggio nella previsione dei fenomeni di eruzione vulcanica rispetto ai terremoti è che man mano ci si avvicina all’evento tanto più le probabilità sono certe. Le 72 ore sono una sorta di accorto che la comunità scientifica e il sistema di protezione civile hanno stabilito per consentire l’evacuazione. È quindi fondamentale un piano di studio della viabilità e della tempistica dell’evacuazione». Riguardo all’immediato post-evacuazione e all’accoglienza «è stato codificato il sistema dei gemellaggi, per cui gli abitanti dei 25 paesi della nuova zona rossa verranno trasferiti nelle Regioni che hanno aderito a questo gemellaggio – spiega Gabrielli – La criticità maggiore è che è un piano che si regge su un rapporto continuativo, perché quando si accolgono 50-60 persone non ci accolgono pacchi postali, bisogna sapere in corso d’opera quante persone si spostano e le loro esigenze».

Ad ogni modo, conclude Gabrielli, «il piano di emergenza non è un strumento che compete solamente allo stato centrale, ma deve essere un processo partecipato» e perciò l’atteggiamento di immobilità dei territori non è auspicabile». «Occorre che i comuni si dotino di strutture ordinarie di protezione civile, oltre che una maggiore informazione, e una implementazione degli strumenti di prevenzione, un percorso già tracciato sul quale dobbiamo proseguire a passo spedito e senza abbassare la guardia».

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