Al momento le uniche certezze sono che sul 2% dei terreni esaminati sarà certamente vietata ogni coltivazione e che tra questi c’è anche una vasta porzione del verde di Nola, un appezzamento da sempre utilizzato per fare crescere ortaggi destinati al consumo umano. Ma altri risultati relativi alla mappatura del decreto “Terra dei Fuochi” arriveranno entro 90 giorni. Ed il Vesuviano sembra potere uscire con le ossa rotte, in virtù del fatto che l’attenzione mediatica si è sempre soffermata sull’area a cavallo delle province di Napoli e Caserta.

Secondo quanto diffuso dal ministero delle Politiche Agricole e Alimentari, infatti, il rischio avvelenamento alle falde del vulcano è davvero alto. Il monitoraggio, in tal senso, ha riguardato le singole città escludendo già in prima fase parte del territorio. Ma restano “in pericolo”, e dunque in attesa degli esami che termineranno tra tre mesi, le coltivazioni di Palma Campania, Pomigliano D’Arco, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Striano e Terzigno.

A questi comuni, senza naturalmente dimenticare il disastro procurato a Nola, vanno aggiunte le aree agricole limitrofe di Castello di Cisterna, Cercola, Marigliano e Saviano. Insomma, uno scenario che potenzialmente è più catastrofico di quanto era lecito attendersi per un territorio considerato ai margini del problema ambientale legato ad incendi di immondizia e sversamenti che avvenivano attraverso i clan e le industrie compiacenti del Nord.

Ad ogni modo, prima dell’estate il quadro sarà più chiaro per tutti. Il ministero, infatti, diffonderà con maggiore precisione le aree dove è possibile coltivare, quelle dove invece si potranno lavorare i campi per il consumo non destinato agli esseri umani ed infine le zone rurali dove sarà vietato del tutto dedicarsi alla terra.

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