Quando la Storia brucia le coscienze: 12 anni schiavo


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La storia di Solomon Northup, uomo di colore nato libero e reso schiavo con un inganno. Per 12 lunghi anni attraversa l’America schiavista, tra soprusi, malattie, ricordi e piccole rivincite. Il ritorno a casa sarà, forse, la salvezza più dura da affrontare.



Dopo l’Oscar (criticato o meno) de La grande bellezza, questa settimana ci soffermiamo su 12 anni schiavo, pellicola che porta a casa l’Oscar come Miglior Film. Dopo il cruento, violento, a tratti inguardabile (nel senso positivo) Shame (luna recensione QUI), il regista Steve McQueen, dopo il suo primo lungometraggio, Hunger, porta sugli schermi una nuova storia vera. L’anno scorso, in questo periodo, stavamo parlando di un’altra pellicola eccezionale: Lincoln di Steven Spielberg. Il film di McQueen, a pensarci bene, può considerarsi una sorta di specchio del lavoro di Spielberg: se quest’ultimo, infatti, ha visto la schiavitù dagli occhi del presidente più amato d’America, 12 anni schiavo, invece, vede la vicenda con gli occhi di chi l’orrore della schiavitù lo ha vissuto sulla propria pelle. Entrambi i film hanno, così, dalla loro parte una importantissima valenza storica. Storia cruenta, oscura, a tratti senza nessuna pietà verso l’essere umano: entrambi i film narrano di periodi che l’America non può cancellare, ma che, tramite pellicole come queste, enfatizzano, trovando sempre, però, pronta ad agire, l’America leale, che dà una mano agli oppressi, che si tratti di una persona, di un popolo, di una nazione intera. Questo il senso del personaggio interpretato da Brad Pitt (produttore della pellicola), che nonostante sia sullo schermo per pochi minuti, si ricama forse il ruolo più importante dell’intera vicenda di Solomon Northup, violinista di colore, “incarnato” (parola chiave del cinema di McQueen) da Chiwetel Ejiofor, straordinario a entrare anima e corpo in un personaggio che urla tramite uno sguardo, piange con lacrime che gli sfiorano il viso con feroce leggerezza.

I numeri di questa pellicola danno i brividi: 133 premi ritirati in tutti il mondo, 3 Oscar. Oltre al Miglior Film, un altro è per la Migliore Sceneggiatura non Originale: il soggetto, infatti, è tratto (e in buona parte modificato), dal volume autobiografico che Northup decise di scrivere una volta libero e adattato per lo schermo da John Ridley, che (ammettiamolo nonostante l’Oscar) in alcuni momenti cade nel prevedibile “narrare” americano. Perché sì, il film di McQueen è un film diretto in maniera quasi perfetta, ma è anche un ottimo esempio di come un film americano riesca a rendere “narrabile” qualunque cosa, a renderla “fiction”, a farci appassionare a una vicenda non solo orribile, ma anche, pensateci, forse un po’ scontata. Nonostante ciò il lavoro alla sceneggiatura resta comunque ottimo, amalgamandosi perfettamente con altre due componenti davvero perfette: la colonna sonora, curata da Hans Zimmer (fidatissimo di Nolan, tanto per fare un nome), che crea un incredibile mix di strumenti elettronici contemporanei per accompagnare crudeli momenti del Passato e la fotografia, diretta da Sean Bobbit (già in Shame) in maniera egregia. Oltre alle location favolose, pensate alla difficoltà di illuminare, in piena notte, e con il solo uso delle candele, il volto delle persone di colore. Bobbit ci riesce egregiamente, svolgendo un lavoro eccelso: straordinaria la scena dell’incursione notturna (che vedete come copertina di questa recensione) del bianco schiavista che accusa Salomon di tradimento; due corpi perfetti che si muovono al suono (ebbene sì) della luce (quanto mai narrativa) di una candela. L’ultimo Oscar è andato a Lupita Nyong’o come Migliore Attrice non Protagonista: molto intensa e convincente; ma, 12 anni schiavo, ha dalla sua un cast incredibile: oltre ai già citati, danno un’ottima prova Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti e un mastodontico Michael Fassbender, nel ruolo del terribile Edwin Epps, controparte orribile di Salomon, faccia oscura di un volto bianco latte, malato di Nulla, rappresentazione della cieca crudeltà opportunistica della razza umana. La regia di McQueen risente molto dei lavori già dedicati al tema dello schiavismo (e ritorna Spielberg, con i suoi Amistad e Il colore viola) e a tratti, come già detto, entra nel prodotto di massa, come quasi a farci rimpiangere gli esperimenti visivi a cui ci aveva abituati soprattutto in Shame (pianisequenza e inquadrature molto ricercate, recuperate forse in quel lungo sguardo fisso del protagonista in camera, quasi a urlare “Io, Passato, sono qui, spettatore ti sto guardando, non puoi cancellarmi”). Se un giorno dovrete narrare lo schiavismo, fatelo con questo film: 12 anni schiavo è, davvero e con merito, uno dei (per ora IL) film dell’anno.

P.S.: il registro di imbarco dove Northup, al numero 33, è registrato come Plat Hamilton: http://blogs.archives.gov/education/files/2013/11/7456569.jpg;

la storia vera di Solomon contrapposta a quella della pellicola: http://www.historyvshollywood.com/reelfaces/12-years-a-slave.php/;

la casa del terribile personaggio interpretato da Fassbender: http://www.lsua.edu/about/campus/location/epps-house.

Potrete vedere 12 anni schiavo in queste sale:

-NAPOLI

America Hall

Filangieri Multisala

Metropolitan

Modernissimo

-NOLA

The Space Cinema Vulcano Buono

-AFRAGOLA

Happy Maxicinema

-CASORIA

Uci Cinemas

-SALERNO

The Space Cinema Salerno

Cinema Teatro delle Arti

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