Home Rubriche L'inquadratura perfetta Her (non) è solo una voce: “Lei” vive nelle nostre coscienze

Her (non) è solo una voce: “Lei” vive nelle nostre coscienze

Theodore si guadagna da vivere dettando lettere al computer per conto di altri. Rimasto solo durante il divorzio, con pochi amici e senza affetti, acquista un sistema operativo che si auto battezza Samantha e di cui si innamorerà, contraccambiato. Le conseguenze saranno (s)piacevoli?

Ci sono film che, una volta visti, difficilmente diventano dimenticabili. Si tratta di pellicole che sfiorano (o sono) il capolavoro e che pongono paletti importanti, tecnici, narrativi e metaforici, tra “prima” e “dopo”. Queste sono le prime sensazioni all’uscita del bellissimo Lei, film diretto dal poliedrico Spike Jonze; dietro alla serie Jackass, ma anche a due geniali pellicole come Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e poi a un film totalmente diverso, come Nel paese delle creature selvagge. Il suo nuovo lungometraggio risulta, anche stavolta, pieno di talmente tanti rimandi e riflessioni che raccoglierle tutte in un’unica recensione è impresa impossibile. Innanzitutto Lei è scritto in maniera perfetta: la sceneggiatura, ad opera dello stesso Jonze (anche tra i produttori), premio Oscar come Migliore Sceneggiatura Originale, è un meccanismo ad orologeria raffinatissimo, che riesce a creare un mix eccellente di generi e restando di una originalità sconvolgente. L’idea di base, quella della “compagna” virtuale, richiama innanzitutto un film: S1m0ne, diretto da Andrew Niccol nel 2002, dove veniva ricreata una attrice “perfetta” attraverso un programma informatico.

Qui però, Jonze fa un passo in più: non dà corpo a un’immagine visiva, ma dà forza all’immaginazione spettatoriale: non c’è una donna da ammirare, bensì una donna da immaginare, attraverso una voce, anzi attraverso LA voce di un sistema operativo perfetto. E qui il passo verso quel genere che tutti etichettano come “fantascienza”, ma che, nonostante si tratti di schermi tattili, videogames interattivi, computer a comandi vocali, non vede automobili volanti o tute luminose. Forse tutto teso ad attualizzare e enfatizzare la vicinanza del futuro narrato dalla pellicola, con il nostro presente. Su come i rapporti interpersonali, stiano scadendo nell’impersonale, nell’allontanamento, nel “già visto”, nel silenzio tecnologico (la folla nel film non si rivolge parola). Ecco allora il proliferare di piattaforme come Second Life o chat room (si veda pure la recensione di Disconnect, con cui il film di Jonze ha alcuni punti in comune), che danno la possibilità di creare un “altro se stesso”, un clone, un avatar. E anche qui il regista fa un passo avanti, nella interessantissima sequenza in cui il protagonista cercherà di fare l’amore con Samantha usando il corpo di una donna umana (e ancora altri percorsi di interpretazione, di riflessione, si va oltre l’avatar, oltre il corpo virtuale, nonostante sia fatto di carne ed ossa: la regia si spinge sempre a inquadrare in maniera fissa “il corpo” attoriale, quasi a volere riempire quel vuoto lasciato da “la voce” digitale, corpo immaginato e immaginativo). Protagonista che ha corpo e volto di Joaquin Phoenix, strepitoso attore e che regala una prova strepitosa. Il suo personaggio è una sorta di uccellino che ha paura di spiegare le ali; anzi le richiude su se stesso, a riccio, implodendo in una vita abitudinaria e senza nessuno scopo. Esterna le proprie emozioni tramite la scrittura (e qui si aprirebbero ancora riflessioni sulla questione “scrittura” vs “oralità” di cui il film è colmo e perfetto rappresentante) ed è solo tramite il “parlare” che ritrova un senso alla propria vita. Come a indicare la difficoltà, tra esseri umani, di scambiare emozioni e parole e doversi rifugiare in una sorta di perfetta coscienza, alterego femminile (che Theodore avesse preferenze maschili? Non lo sapremo mai forse), che non ci relega a un messaggio su un social network o una anonima mail.

Lei si lega, con una sorta di ipotetico filo rosso, con due lavori passati di Phoenix: Two Lovers, del 2008 di James Gray e il recente The Master, di Paul Thomas Anderson: sempre in bilico tra due donne, l’una opposta dell’altra, sempre una personalità diversa, ossessionata e ossessiva. Lei, così come i percorsi che intende creare, si ramifica ed evolve in milioni di metafore, riflessioni (c’è tutto il discorso cinema digitale vs analogico e quant’altro), enfatizzate dalla mano sicura di Jonze, regista soprattutto di videoclip (Björk e Fatboy Slim per fare due nomi) e influenzate da pellicole come Se mi lasci ti cancello (richiamato non solo visivamente, ma a tratti metaforicamente) e da altre due componenti fondamentali come la fotografia di Hoyte Van Hoytema (dietro a The Fighter e La talpa) che vira non solo tutto sul rosso, con tinte calde e rilassanti, ma sa esplodere nel buio totale quando deve narrare il “non visibile” e la colonna sonora degli intriganti Arcade Fire. Lei è una pellicola eccezionale, emoziona, convince, fa riflettere. Insomma, tutto quello che dovrebbe fare un prodotto culturale degno di essere chiamato film. Non perdetelo per niente al mondo.

P.S.: nonostante il film sia uscito anche in lingua originale, ho trovato davvero piacevole il doppiaggio di Samantha affidato a Micaela Ramazzotti, che sostituiva la comunque bravissima Scarlett Johansson.

P.S. 2: un suggerimento di lettura per una analisi ancora più significativa.

Potrete vedere Lei in queste sale:

-NAPOLI

America Hall

Med Maxicinema The Space Cinema

Metropolitan

Modernissimo

-NOLA

The Space Cinema Vulcano Buono

-AFRAGOLA

Happy Maxicinema

-SALERNO

The Space Cinema Salerno

Duel Village

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