E bravi! Complimenti a tutta la terza Commissione regionale campana e ai consiglieri regionali che hanno elaborato e votato a favore di una legge che, in materia d’igiene sulla vendita di pane, non può essere messa in discussione ma che non mette sul piatto della bilancia i requisiti indispensabili che il pane fresco deve avere: la fragranza, il sapore, il profumo del pane che questa legge distrugge, né gli interessi dei piccoli-medi panifici, definitivamente mortificati. Senza dubbio avete un’attenuante, quello della necessità di intensificare la lotta all’abusivismo dilagante nel settore della panificazione.

E bravi! Non avete messo in conto però che la maggioranza dei consumatori amano ancora, ripetiamo, sentire il profumo, il sapore, la fragranza della “palatella”, per cui per gli abusivi, la legge arriva come una manna dal cielo, il cielo della Regione Campania sempre pronto a distribuire leggi a chi ne fa richiesta. E vi assicuriamo che da quando chi lavora onestamente e rispetta le leggi ha cominciato a chiudere il pane nel cellophane (passando in un tunnel di calore a 140 gradi che trasferiscono al pezzo il sapore di plastica) gli abusivi sono aumentati a dismisura proprio perché il consumatore preferisce il pane profumato e più economico.

Sì, perché le spese del confezionamento sono più di un terzo del costo della materia prima e pensare di abbassare il prezzo al di sotto dei due euro al chilo al dettaglio per combattere gli abusivi che vendono anche ad un euro al chilo è impossibile. Perché l’abusivo non ha i costi di regolarizzazione dei propri lavoratori dipendenti, anzi spesso sottopaga lavoratori stranieri in nero, non ha i costi per mettere in sicurezza gli stessi lavoratori, non deve pagare la legna al giusto prezzo perché fa uso spesso di prodotti tossici e di discutibile provenienza, non ha i costi per acquisire tutte le certificazioni e le autorizzazioni sanitarie periodiche (e molto salate), non deve aggiungere al prezzo del prodotto l’Iva, e soprattutto non deve dividere i propri guadagni al 50% con lo Stato italiano, per cui può permettersi il lusso di vendere il pane a quel prezzo. Paradossalmente l’abusivo può anche imbustare il pane, avrebbe ancora 80 centesimi di margine rispetto ad un panificatore onesto che non imbustasse. E per questo motivo con l’imbustamento obbligatorio saremo costretti a chiudere perché il costo dell’imbustamento (apparecchiature, buste, etichette, ore di lavoro in più per provvedere, energia elettrica, costi di consulenza per poter assicurare la tracciabilità) a noi non lo rimborsa nessuno.

Il danno subito dal mancato interesse del consumatore al pane in plastica, a noi non lo rimborsa nessuno. Non c’era bisogno di questo tipo di legge per fare in modo che questo prodotto venisse venduto a norma d’igiene e con tracciabilità. Le norme italiane ed europee già lo prevedevano, come voi avreste dovuto sapere. Mentre nessuna norma italiana – nemmeno regionale – prevede l’obbligo d’imbustamento, seppur, per il prodotto “pane”, nel resto della Penisola c’è un altro rispetto, come testimonia il prezzo al quale lo stesso si vende a Nord della provincia di Caserta. La legge del 2005 sul confezionamento prevedeva all’articolo 3 che “i programmi di investimento per la realizzazione di impianti di confezionamento conformi al disposto della stessa legge sono considerati prioritari nell’attuazione dei regimi regionali di aiuto a favore delle piccole e medie imprese e dell’artigianato”. Siccome da quella legge non è mai arrivato un euro per attrezzare gli impianti di imbustamento non si vede a livello economico come il piccolo-medio panificio artigiano possa far fronte al provvedimento e al periodo di crisi. C’era bisogno semplicemente di una legge che permettesse di verificare il prezzo del pane in relazione ai costi che un panificio onesto deve tenere, cercando di prevedere prezzi minimi per il pane legale e di qualità. Si potevano prevedere sanzioni da chi compra pane in strada, o dai rivenditori che vendono pane sottocosto, e soprattutto controlli continui da parte delle forze dell’ordine nelle strade e nelle rivendite di alimentari. Con minime variazioni di prezzo il consumatore non sceglie il risparmio. Le norme sulla tracciabilità già c’erano.

A tutto questo si aggiunga anche un altro aspetto, quello dell’inquinamento. Per confezionare un chilo di pane ci vuole minimo un metro cubo di plastica a cui va aggiunto una parte di plastica che viene scartata. È assurdo pensare che viviamo in una regione in cui si fa la corsa alla riduzione dei rifiuti e poi aggiungiamo tanta plastica inutile da smaltire. E in ultimo, sapete quanti negozi di alimentari rivenditori di pane sono costretti a rompere le buste di panini imbustati in più unità, perché il consumatore ha bisogno di un solo panino? Si può comprendere la necessità dell’imbustamento solo per la vendita nella grande distribuzione dove il pane è esposto direttamente al pubblico e dove il consumatore si serve da solo, ma per il resto dei venditori, che servono il pane attraverso personale addetto e igienicamente in regola, l’imbustamento è in primis un danno e poi anche un fastidio.

E intanto oggi 14 febbraio 2014 si continua a vendere il pane anche ad un euro al chilo al dettaglio (anche imbustato…) qualcuno ci spieghi com’è possibile. Qualcuno imponga al consumatore di non consumarlo.

pane sequestro