L’edificio storico più importante di San Gennaro Vesuviano, il convento francescano, è da diversi anni non più abitato e frequentato da nessuna comunità di frati francescani e religiose in generale. La situazione è questa: vige le rettoria in quanto la chiesa resta aperta la Domenica con due celebrazioni eucaristiche mattutine e tutti i pomeriggi eccetto il Lunedì per l’unica messa pomeridiana delle 18.30.

Attualmente è rettore padre Giovanni Paolo Bianco, persona molto colta,disponibile e attenta alle esigenze e ai bisogni dei fedeli. Osservando la struttura dalla piazza si nota che l’ala sinistra, in modo particolare il primo e il secondo piano sono totalmente disabitati, mentre i vani situati al piano terra sono occupati da varie associazioni. La parte destra invece è meglio curata e sfruttata allo stesso tempo, in quanto al piano terra vi è la sede di diverse associazioni e al piano superiore trovano spazio diversi uffici comunali. C’è da ribadire che il comune di San Gennaro Vesuviano spende per il fitto dell’intera ala destra in questione una quota annuale di diverse migliaia di euro. Nel retro della stessa ala in questione, esiste ancora ciò che rimane dell’antico giardino conventuale, la cui manutenzione non è affidata ancora a nessuno. Si evince purtroppo che da qualche tempo risulta nell’abbandono e nell’incuria più totale.

Numerose sono le problematiche. Nel corso del tempo dal terreno è sorta vegetazione spontanea che ha raggiunto altezze fuori dal normale, perché mai estirpata. Tutto ciò crea diversi disagi. Dal retro delle varie associazioni che affaccia sul giardino conventuale, diverse volte soprattutto nel periodo estivo, si sono facilmente intrufolati serpenti e ratti che popolano e bazzicano grossi cespugli, rifiuti e sterpaglie spinose.  Altra problematica è che questi animali da li possono facilmente raggiungere i terreni di privati cittadini confinanti, l’ingresso della vicina palestra comunale frequentata da tantissimi ragazzi e addirittura la casa comunale. La situazione allo stato attuale è questa. Qual è il paradosso? Oggi il giardino conventuale è di dimensioni nettamente ridotte rispetto ai decenni passati, quando era molto più vasto e curato nei particolari! Ci siamo interessati a cercare di tirare fuori delle fonti storiche, arrivando ad una conclusione che qualcosa bisogna fare cercando di rendere fruibile questo scorcio di terra, nel rispetto di tutti coloro che lo hanno vissuto nei secoli scorsi e nella figura del Santo Francesco di Assisi. Chi meglio del professore Aniello Giugliano, presidente del comitato fiera, poteva esserci d’aiuto in questo studio storico?

Caro professore, oggi si fa un gran parlare di quel piccolo lotto di terreno abbandonato al degrado, quasi una discarica in pieno centro urbano,situato alle spalle dell’edificio conventuale. Molti progetti da parte di più soggetti si sono infranti nell’impossibilità di accedervi, in quanto escluso dal contratto di locazione stipulato dal comune con la provincia monastica di San Pietro Ad Aram proprietaria del convento. Vi chiediamo di fornirci le informazioni in vostro possesso.

«Cari Antonio e Marco,  il piccolo pezzo di terra di circa 600 mq, su cui mi chiedete notizie , è collocato a nord dell’ala orientale del Convento Francescano di San Gennaro V. e M. in San Gennaro Vesuviano, ed è ciò che rimane ai Frati Minori del vasto orto conventuale e giardino ornamentale donato da Scipione Pignatelli nel 1613, che un tempo e fino al 1866 aveva un’estensione di 16 moggi, pari a circa 65.000 mq. Oggi è meno della centesima parte dell’appezzamento originario».

«Il grande Orto-giardino della donazione di Pignatelli – continua – fu recintato da alto muro costruito con i proiettili eruttivi dell’eruzione vesuviana del 1631 che riversò nel Piano di Palma una quantità enorme di pietre, tante quante non se n’erano mai viste prima. G. Giuliani nel suo Trattato del Monte Vesuvio coi suoi incendi, pubblicato nel 1632, a pag. 144, scrive che il suolo del Piano di Palma si alzò di dieci palmi, cioè di due metri e mezzo, tanto che fu cancellata ogni forma di vegetazione e che si vedevano“delle pietre lasciatevi da quelle orridissime piene in si fatta copia, che diresti non trovarsene tanta in tutti i più pietrosi luoghi dell’universo insieme».

«Il muro dell’orto conventuale fu anche il limite del diritto d’asilo, oltrepassato il quale nessuno poteva esser perseguitato o arrestato in quanto il perseguitato si era rifugiato sotto l’ala protettiva di Santa Madre Chiesa. L’area era originariamente divisa in due zone: affidato alla cura del frate giardiniere, il Giardino ornamentale  vero e proprio,  comprendeva la parte occidentale, l’attuale area occupata dal primo tratto di Via Nola  coi caseggiati e i rispettivi giardini che la fiancheggiano a destra e a sinistra fino alla carreggiata di Via Napoli, un tempo denominata via Ascoli perché menava a quella contrada e si biforcava nella piazzetta per raggiungere Pozzoceraulo, località che dava il nome anche alla diramazione; la parte rimanente affidata ai frati ortolani, divisa in quattro grandi settori regolari era organizzata a colture seminative e ortaggi da campo o arboree per la produzione di frutta e di vino per le celebrazioni eucaristiche, nota tra le altre era l’uva S. Gennaro che permetteva di preparare un tipico vino frizzantino bianco. Particolare cura avevano i frati ortolani nella coltura di  essenze officinali del giardino dei semplici ubicato proprio nell’area che è rimasta in possesso dei frati, io vi ho visto raccogliere, da vecchi frati, negli anni cinquanta, la menta, l’origano, la mentuccia, agli, cipolle, finocchi, salvia, sedano (accio diceva il monaco), prezzemolo e giù di lì. Cerchiamo ora di ripercorrere sommariamente le fasi che hanno determinato l’attuale situazione. La situazione rimase pressoché immutata fino alla seconda metà dell’ottocento quando, in esecuzione della legge 28 giugno 1866 n. 2987 e del Decreto Regio n. 3036 del 7 luglio 1866 veniva soppresso l’Ordine Religioso dei Frati Minori e con la legge 3848 del 15 agosto 1867 si provvedeva alla liquidazione dell’Asse ecclesiastico. In nome di questa legge il Comune di San Gennaro ebbe l’affidamento di tutti i beni del soppresso Convento, a condizione che entro un anno venissero utilizzati per la pubblica utilità. Il Comune di San Gennaro provvide alla locazione del Giardino Municipale a coloni, mentre lo stabile fu adibito a sede degli uffici comunali e di scuole. Nell’area occidentale fu aperta la strada per congiungere il largo Nunziata con lo spiazzo della Fiera e le aree furono lottizzate e vendute per la costruzione di case palazziate e vi fu costruito il pubblico orologio; nella parte estrema, di fronte alla cavallerizza si iniziò a costruire la casa comunale, formata da cinque vani terranei. La parte orientale fu delimitata lungo il confine con la via che menava alla stazione ferroviaria e fu utilizzata prima come grande scarico di accumulo della rena dell’eruzione del 1906 e poi per la costruzione della sede della Scuola Elementare, ora Sede del Municipio e la costruzione del vecchio edificio comunale ultimato nel 1939, bombardato dai Tedeschi in fuga nel settembre 1943, ricostruito nel dopoguerra ed ora adibito a sede del Liceo Artistico. Bisognò attendere il 1920 per il riacquisto dello stabile del Convento da parte dei Frati e per il reinsediamento di una regolare famiglia religiosa. Intanto bisogna dire che durante la lunga fase di soppressione, durata oltre cinquant’anni, alcuni frati pur ridotti allo stato laicale continuarono ad essere presenti e ad occupare con concessione gratuita del Comune di San Gennaro la parte orientale dello stabile conventuale perché uno di essi, con regolare stipendio, era nominato Rettore della Chiesa Municipale di San Gennaro V. e M. e gestiva la Chiesa a nome e per conto della civica amministrazione».

«Il Giardino Municipale  – conclude – fu poi in gran parte venduto ad una coppia di privati agricoltori che, in seguito alla prematura scomparsa di una figlia, credendo di esser colpiti dalla maledizione, “Chi se piglia ‘a terra de’ muonaci, san Francisco se ne pava”, se ne liberarono cedendo la proprietà ad altri, fino a giungere per eredità o per vendita agli attuali proprietari. Fu ceduta invece ai frati, per essere usata come orto, una lunga striscia nella parte immediatamente dietro l’ala settentrionale dello stabile e della larghezza fino all’abside della Chiesa partendo dal muro orientale della stessa e fino al perimetro del muro orientale del giardino per proseguire poi da quello spigolo fino al muro di cinta nel lato settentrionale. Gran parte del territorio che abbiamo ora descritto fu poi espropriato dal Comune per costruirvi l’attuale edificio sede della scuola secondaria di primo grado e parte della attuale palazzetto dello sport. Ciò che rimane ai Frati Minori è solo quel piccolo pezzo di terra, in quanto anche la piccola corte che permette l’accesso al Chiostro dal lato settentrionale è area comune con i proprietari dei fondi limitrofi. Dal punto di vista urbanistico bisogna aggiungere che la sua storia non è meno travagliata: il piano di fabbricazione approvato agli inizi degli anni settanta destinava tutte le aree chiuse nella cinta muraria conventuale alla costruzione di edifici a torre; Il piano Regolatore Generale approvato negli anni novanta dello scorso secolo le individuava come Area C di nuova espansione, nel rispetto delle norme che regolano le costruzioni in aderenza di manufatti storico-ambientali, col raddoppio di tutti i limiti e gli indici di salvaguardia e tutela; la variante al Piano Regolatore Generale adottata dalla Commissione Straordinaria nell’anno 2004 ha dato a tutta l’area la destinazione di Parco Urbano che è un parco cittadino e cioè un giardino situato all’interno della città, allo scopo di fornire uno spazio ricreativo ai cittadini e ai visitatori, e di contribuire alla percentuale di verde presente all’interno dell’agglomerato urbano».

Auspichiamo, per il progresso civile e sociale del nostro paese, che la civica amministrazione provveda a realizzare al più presto, attingendo a finanziamenti europei quanto è in previsione di piano, anche in considerazione del fatto che nessuno dei paesi del circondario ha la possibilità di realizzare nel suo centro un parco pubblico di tali dimensioni che sarebbe un’attrattiva unica nel suo genere per il territorio comprensoriale.

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