Home Rubriche L'inquadratura perfetta Disconnect: realtà (distorte) dietro a un monitor

Disconnect: realtà (distorte) dietro a un monitor

Tre storie si incrociano davanti (e dietro) monitor connessi al web, dove social network, chatroom (erotiche e non) e truffe, ormai, sono il pane quotidiano del nostro vivere (non tanto) civile. L’equilibrio è anch’esso, ormai, una forma di virtualità.

Nonostante abbia partecipato, nel 2012 e fuori concorso, alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, viene distribuito solo ora, Disconnect, pellicola d’esordio dello statunitense Henry Alex Rubin. In realtà, l’esordio è per il cinema di finzione, visto che il regista è noto soprattutto per il documentario Murderball (2005), dedicato alla squadra americana di rugby composta da atleti affetti da paraplegia. Di quelle immagini, fortissime e coinvolgenti, Rubin mantiene il suo modus operandi e lo proietta sul suo nuovo film, che, nonostante alcune lacune, risulta un “buona” pellicola d’esordio.

L’incipit, ad esempio, è davvero interessantissimo, con una riflessione, a tratti nemmeno tanto scontata, sul nostro, ormai continuo, dipendere dal web, sorta di componente aggiunto delle nostre vite, onnipresente figlio illegittimo di tutte le famiglie del mondo. E molteplici poi diventano i percorsi metaforici che si dispiegano nella trama e nella struttura stessa delle sequenze cinematografiche, a iniziare da quei monitor che “esplodono” sullo schermo, diventano parte (e protagonista) “narrante” del film, porta di passaggio verso anime (virtuali) segrete, sceneggiatura “viva”. Ed è proprio la sceneggiatura, invece, blanda, poco coinvolgente, scontata, creatrice di personaggi senza un briciolo di originale psicologia, uno dei punti deboli di Disconnect, scritta da Andrew Stern, anche lui, dopo un po’ di tv, alla sua prima prova per il grande schermo. Lo spunto, però, prometteva bene, così come l’idea, ancora più interessante, di cercare di incrociare e incastrare, in una maniera o nell’altra, le vite dei protagonisti (ci viene in mente Crash-Contatto fisico), quasi ad autoreferenziare e contrariare il titolo stesso, “connettendo” (sembrerebbe in negativo) le vite di tutti, come a indicare lo stato di continuo collegamento che vivono le persone del globo, non solo con la propria famiglia, ma anche con un pianeta di “sconosciuti”.

Questi ultimi diventano, rappresentati dal web, un ulteriore personaggio della pellicola, restando perennemente nell’ombra: non conosciamo l’identità di nessuno nonostante si viva in un mondo di totale connessione. Non aiutano certo a portare a casa il compito gli attori, purtroppo, relegati in personaggi stereotipati e prevedibilissimi: il padre (o madri o sorelle) poco premuroso (impersonato da Jason Bateman, forse l’unico davvero una spanna sopra gli altri), padri invece violenti, amici fittizi, adolescenze incomprese, giornaliste alla ricerca dello scoop della vita (la poco convincente Andrea Riseborough, vista già con Tom Cruise in Oblivion). Di tutto ciò, però, il regista riesce a trarne un film ben diretto, dove si alternano fuori fuoco, movimenti di camera a spalla, inquadrature ravvicinate e scomposte, che provano, a tratti con successo, a dare ritmo (e tratti di estrema veridicità e documentarismo) a un film che forse poteva regalare qualcosa di più in script e meno in durata. A fare da collante al buon lavoro registico, la bella fotografia di Ken Seng (tra alti, Quarantena del 2008, e bassi, Step Up 3D del 2010) e la colonna sonora, con bei momenti elettronici, curata da Max Richter, a lavoro già con Shutter Island e Valzer con Bashir.

Una pellicola che fa davvero riflettere, Disconnect, sullo stato delle nostre vite, ormai letteralmente invase da stati su Facebook, chatroom, tweet, foto e video condivisi (e a tratti riecheggia il discorso affrontato con AQuadro), link, pagamenti on-line e, soprattutto, chat erotiche. Assente ormai, nella società odierna, il contatto fisico, il monitor, come una sorta di ponte, ci permette di isolarci ed essere, però, sempre al centro dell’attenzione, donandoci parvenze di “vita” a emozioni che abbiamo perduto, persi nell’incomunicabilità. Oltre alla traduzione tecnica (disconnettersi da una rete, ecc.), “disconnect” sta a significare anche “distacco”, quello che tutti i protagonisti hanno paura di affrontare (chi per l’assenza di un genitore, chi per la perdita di un figlio, chi per la perdita della propria identità) e che non riusciranno, comunque, a guardare in faccia, nonostante le disastrose conseguenze. Rifletteteci adesso, poi smettete di usare la rete. Ci sono squali sempre in agguato.

Potrete vedere Disconnect, in queste sale:

-NAPOLI

Arcobaleno

Metropolitan

-NOLA

The Space Cinema Vulcano Buono

-AFRAGOLA

Happy Maxicinema

-CASORIA

Uci Cinemas

-SALERNO

The Space Cinema Salerno

San Demetrio

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