La vera storia (d’amore o presunta tale) tra il musicista Liberace e il suo pupillo Scott Thorson. Dopo sei anni di convivenza e lussi il loro legame s’incrina e si allontanano violentemente. Il giovane farà causa al vecchio musicista, che ormai è in declino, malato di AIDS e che presto si spegnerà in completa solitudine.

Sembra che quest’anno sia l’anno dei film “tratti da storie vere”. Ne abbiamo parlato in varie recensioni, come per Captain Phillips o The Bling Ring; ma in cima al podio sale il recentissimo Dietro i candelabri, film diretto dal sempre sorprendente Stephen Soderbergh e presentato, in concorso, all’ultima edizione del Festival di Cannes. Film complesso, strutturato e costruito in maniera intelligentissima, nato come film per la tv e che utilizza una storia vera per raccontare il disfacimento di un mondo, di un modo di fare cinema, di uno spostamento di morale. La missione del regista riesce in pieno, grazie, innanzitutto, alla straordinaria prova attoriale di Michael Douglas che impersona, in maniera eccellente (e per il quale tifiamo per l’Oscar), il musicista Liberace, che riuscì a diventare lo showman con il più alto cachet della storia della musica. A fargli da controparte, un altrettanto bravissimo Matt Damon, nel ruolo di Thorson, compagno di vita, lussi e sesso di Liberace per sei anni, specchio giovane (per restare tale Damon ha dovuto indossare delle parrucche) di un cuore dall’animo antico. In forma il resto del cast (a tratti forse troppo hippie) soprattutto Dan Aykroyd, nel ruolo, davvero molto convincente, dell’agente di Liberace, Seymour Heller. Un film, Dietro i candelabri, innanzitutto di “corpi”: oliati e nudi, muscolosi e mastodontici, virili e passionali. E poi quei primi piani, forse tra i marchi di fabbrica del regista, così pesantemente narrativi, così rumorosi anche se mostrano un volto che non proferisce parola. Morto il suo “patrigno”, Thorson scrisse un libro scandaloso, My Life with Liberace, in cui narrava la sua storia d’amore con l’artista, che aveva sempre, e in ogni modo, cercato di nascondere la propria (ancora presunta) omosessualità.

Dal volume (con il quale il “buon” Scott ha tratto soldi a palate) è tratta la sceneggiatura della pellicola, adattata per lo schermo da Richard LaGravenese (al lavoro con P.S. I Love You): serratissima, gocciolante, possessiva, rabbiosa; le parole diventano una componente che va a fondersi, in maniera fondamentale, con la fotografia, diretta dallo stesso regista (che monta anche il tutto), che si mette sotto pseudonimi (Peter Andrews e Mary Ann Bernard), e che fa diventare la Luce (e quindi di conseguenza le Ombre) protagonista aggiunto della vicenda. La luce inonda ogni angolo della pellicola: nonostante ci sia buio, i corpi (e ancora soprattutto i volti) sono sempre illuminati, brillanti tra le mostrine e le pailettes che inondano le sale strabordanti di ori della casa, tremendamente kitsch, di Liberace. Dietro i candelabri (e il lusso “efferato”) non c’è buio, ma la luce (oscura e perversa) di un mondo nascosto, fatto di segreti, che va disfacendosi: dietro a questa rappresentazione così “pacchiana”, il regista realizza un’opera che viaggia di pari passo a Radio America di Robert Altman; Soderbergh, infatti, narra la fine di un’epoca, quella dello spettacolo dal vivo per grandi masse. Presto la gente sarebbe scappata fin troppo nei cinema e alle videocassette, lasciando ai suoi spettacoli immensi il povero musicista tuttofare (ricordiamo che Liberace è stato anche attore). Ma, nonostante tutto, bisognava restare nell’ombra (della luce, citando Battiato), di quello splendore che esplodeva all’ennesima potenza, restare sempre perfetti per lo spettacolo, mostrare una faccia (attenti al discorso sulla chirurgia plastica) sempre lucida, pulita, “massificata” (Scott si fa operare per essere identico a Liberace), usare la Luce dei candelabri come diversivo. Come tentativo di oscurare la morale. Ancora una volta Soderbergh narra dell’inganno dello schermo, del virus del visibile dietro alla luce dei monitor, il Male che in realtà si maschera da Bene. Da segnalare i costumi curati da Ellen Mirojnick, sfarzosi e principeschi, dall’abito di scena fino al grembiulino per cucinare (attenzione, poco di questa pomposità è inventata, basta dare una scorta su YouTube nell’enorme mole di video che riguardano il musicista). La musica la fa da padrone: alla (sua ultima) colonna sonora cinematografica una leggenda come Marvin Hamlisch, classe 1944, spentasi da pochissimo, entrato di diritto nella storia del Cinema per le musiche di un film come La stangata. Uscendo dalla sala la domanda resta: cosa nasconde la luce se non altra (oscura) luce? Uno dei film più belli dell’anno. Da vedere con un mantello dorato al collo.

Potrete vedere Dietro i candelabri in queste sale:

NAPOLI

America Hall

NOLA

The Space Cinema Vulcano Buono

SALERNO

The Space Cinema Salerno

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