È il Presepe, più di qualsiasi altro addobbo natalizio, ad evocare, nell’immaginario collettivo, l’avvicinarsi del Natale, rappresentandone i “veri” protagonisti, non certo i regali da scartare, non le cene luculliane, né i dolci tipici. Il Natale è, senz’altro,  il Bambino che nasce nel  freddo della stalla, la semplicità dei pastori, la luce della Stella Cometa. È con l’attenzione e la devozione di chi vive  il Natale con profondo senso cristiano che Armando Liguori costruisce presepi artigianali, da lui ribattezzati “presepi artistici vesuviani”.

Professore, da cosa nasce la passione per il Presepe?

«Liberando la mia fantasia, per appagare il mio gusto estetico, la mia cultura dialettale, il mio profondo senso religioso e la mia capacità artistica, lavoro per la realizzazione di ogni singolo esemplare per oltre cento ore con la forza fisica di persona adulta, ma con l’entusiasmo e l’innocenza del bambino che crede nel bel messaggio del presepe. Ci tengo a dire e a far sapere a tutti che io, dai miei genitori, ho ereditato un sogno, un magnifico sogno che mi riporta per tutto l’anno alla magica atmosfera del Natale dove ritrovo i sogni incantati della fanciullezza,la fragranza delle cose buone, e, nella nascita di Cristo, la certezza della redenzione».

Cosa rappresentano per Lei i suoi Presepi?

«Ogni presepe è esemplare unico ed è la sintesi di tutte le mie emozioni e l’espressione più alta e concreta di questa mia eredità. Ogni presepe è per me un “figlio” che io amo e del quale non vedo difetti».

Che differenza c’è tra il presepe vesuviano e quello napoletano?

«Il presepe napoletano colloca la scena della redenzione tra le rovine di un tempio pagano diroccato a simboleggiare la vittoria del cristianesimo sul paganesimo. I miei presepi sono di forma circolare custoditi in campane di vetro. Il paesaggio è quello tipico vesuviano con scale, archi, cortili, fondaci, tetti a cupola,” fornacelle” con pentolame di terracotta, forni, variopinti, mercatini ecc.»

Ci sono particolarità nella scena che Lei ripropone?

«La scena della natività è ambientata, secondo la canzone di S. Alfonso Maria dei Liguori, in una grotta al freddo e al gelo. L’osteria è sempre situata in  alto a simboleggiare l’indifferenza del mondo ricco nei confronti di quello povero. Le scene sono a “tutto tondo”. Da qualsiasi angolatura si guardi è sempre possibile ammirare un’ ambientazione».

Perchè ha scelto i presepi e non l’albero per rappresentare lo spirito natalizio?

«L’albero non rispecchia la nostra identità cristiana. Io sono un cristiano che ha vissuto in comunione con altri l’esperienza di fede. Il Natale è per noi un momento di condivisione che nasce dal vivere il periodo dell’Avvento  nella realizzazione del presepe o anche nel preparazione del Canto dei Pastori( una dramma sacro del 1600 che ho diretto per la prima volta a 14 anni) e culmina, poi, nel giorno della Natività».

Lei ha parlato di eredità, c’è qualcuno che raccoglierà la Sua?

«L’eredità si lascia ma non è detto che venga raccolta. Io ho raccolto quella dei miei genitori insieme a mio fratello che si è dilettato nella realizzazione di presepi di terracotta. Trasmetto questa eredità alla mia famiglia ed in particolare a mio genero».

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