Uno skipper veterano, Yann Kermadec, deve sostituire il primo pilota (e cognato) per l’importante regata in solitario Vendèe Globe: dalla Francia all’Antartide e ritorno, da soli, senza poter attraccare. Durante il tragitto l’uomo è costretto a una sosta forzata alle Canarie per un guasto. Ripreso il viaggio, si accorge di avere un ospite a bordo: si tratta di un giovane ragazzo della Mauritania che vuole raggiungere la Francia per curare gravi problemi respiratori. Se si scopre la presenza di un’altra persona a bordo, però, lo skipper rischia il ritiro, così decide di provare a lasciare il ragazzo avvicinandosi quanto più possibile a qualche isola. I suoi piani falliscono, la regata si conclude e tra i due nascerà qualcosa di veramente speciale.

Convince, e non poco, In solitario, esordio “marino” dietro la macchina da presa di Christophe Offenstein, direttore della fotografia francese, che ha presentato il suo lavoro all’ultima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma, nella sezione Alice nella Città. Il regista è noto per essere, già dal 2002, fidatissimo collaboratore di Guillame Canet, attore-regista dietro a lavori convincenti come Piccole bugie tra amici e che qui compare in un importante ruolo da coprotagonista: è il pilota che non può gareggiare perché ha una gamba rotta, cognato di Kermadec. Anche stavolta, i produttori di Quasi amici (sì, ci sono loro dietro questo progetto), non sbagliano. Innanzitutto scelgono un attore, François Cluzet, che crei una sorta di invisibile ponte emotivo con gli spettatori, che lo avevano apprezzato nell’interpretazione di un paraplegico milionario immobilizzato su una sedia a rotelle. Stavolta Cluzet (incredibile sosia vivente di Dustin Hoffman) ha di fronte un ruolo completamente diverso, e se nel precedente film era immobile, qui si muove (anche se nello spazio ristretto dell’imbarcazione) di continuo, recita magistralmente e regalando una splendida performance, tra la salsedine e i suoi muscoli da quasi sessantenne: un leone che ruggisce tra i mari. Acque vere, attenzione. Sì perché per dare maggiore verosimiglianza agli eventi, le riprese sono state effettuate in mare aperto, su una supertecnologica nave da regata francese (e attenti al product placement continuo), in 45 giorni, con una troupe composta da 18 uomini, tra cui alcuni marinai e veri skipper. Il regista ha avuto dalla sua altri due punti a favore: anche se ha dovuto arrangiarsi a girare con solo due telecamere (e immaginatevi in che condizioni climatiche), ha avuto la possibilità di usare, per la prima volta in un film d’oltralpe, il Dolby Atmos, innovativo sistema sonoro che dà allo spettatore una maggiore e immersiva resa acustica, circondandolo di suoni, accerchiandolo di rumori e respiri. Dall’altro lato, alla fotografia c’è Guillame Shiffman, dietro al pluripremiato The Artist, che immerge (e scusate il gioco di parole) lo spettatore, nonostante la difficoltà di lavorare in pieno oceano, in un’atmosfera di grigio e azzurro che toglie il fiato, quasi spianando la strada non solo ai volti dei protagonisti, ma allo stesso scenario, selvaggio e ostile, proprio come la vita che il protagonista non riesce in nessun modo ad affrontare (vedi i rapporti che ha con il cognato/la figlia/la seconda moglie). Ed è qui che entra in gioco il legame con Quasi amici, che, quindi, non è solo “personificato” da Cluzet. Osservando meglio, notiamo come il meccanismo narrativo-metaforico di In solitario sia lo stesso della precedente pellicola, solo che invertito. Cluzet (in Quasi amici immobilizzato, ora in pieno movimento) interpreta un uomo scontroso e chiuso (cosa che lo rende simile al suo precedente personaggio). Stavolta però è lui a diventare mano che spinge la carrozzella e non il contrario. Senza di lui, il povero giovane di colore (con le metafore sull’immigrazione servite su un piatto d’argento), impersonato da un discreto Samy Seghir, anche lui (come in Quasi amici) con un malattia “rara”, sarebbe finito, proprio come una barca in mare aperto, in preda alla tempesta. Stavolta è l’uomo (bruto) bianco ad aiutare il giovane (timido) di colore. Questo loro rapporto (pseudo) paterno si rivela lentamente, proprio come il dispiegarsi del tragitto della gara, pieno e irto di difficoltà, ma che porta, alla fine, a un personalissimo traguardo. Nonostante stavolta non ci sia la dicitura “tratto da una storia vera”, In solitario è, comunque, un ottimo film (con tantissimi precedenti illustri), che poteva aspirare a meglio se avesse avuto maggiore forza nella sceneggiatura (scritta oltre che dal regista anche da Jean Cottin e Frédéric Petitjean), ma che regala riprese in mare aperto veramente mozzafiato e adrenaliniche. Da evitare se soffrite il mal di mare.

Potrete vedere In solitario in queste sale:

NAPOLI

Med Maxicinema The Space Cinema

Metropolitan

NOLA

The Space Cinema Vulcano Buono

AFRAGOLA

Happy Maxicinema

SALERNO

The Space Cinema Salerno

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