Captain Phillips: adrenalina e tensione in alto mare


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Un capitano statunitense deve guidare un cargo battente bandiera americana a largo della costa della Somalia. La nave viene però assalita da quattro pirati somali che non riescono a sequestrare il cargo, ma ne catturano il capitano. Inizierà, per lui, una lunga odissea da prigioniero in una piccola scialuppa di salvataggio.



Hollywood si confronta, ancora una volta e con eccellenti risultati, con una storia vera. Captain Phillips: Attacco in mare aperto, infatti, è tratto dal libro A Captain’s Duty: Somali Pirates, Navy SEALS, and Dangerous Days at Sea, scritto (insieme a Stephan Talty) dal vero protagonista della vicenda, il capitano Richard Phillips e che narra l’attacco alla nave cargo danese Maersk Alabama, che avvenne nell’aprile del 2009, a 400 miglia dalla costa di Mogadiscio. In effetti, nelle sale, c’era già stato un precedente, con le stesse tematiche, intitolato A Hijacking (e al quale forse il film a tratti s’ispira), quasi sconosciuto in Italia e più virato al documentario, diretto nel 2012 dal danese Tobias Lindholm. Qui la vicenda si “americanizza” e, oltre alla produzione esecutiva di Kevin Spacey, dietro la macchina da presa troviamo Paul Greengrass, collaudato regista della saga di Jason Bourne, di United 93 e Bloody Sunday e che ha, nelle sue “corde”, il cinema action a sfondo, quasi sempre, politico: in effetti, United 93 era la storia di uno degli aerei dirottati nell’infausto 11 settembre 2001. Qui sempre di attacco si tratta, e all’America e sempre da parte di “stranieri”. L’enorme corazzata USA assalita da un manipolo di pescatori viene presa in ostaggio, la bestia annullata dalla formica, incipit di base di ogni film schierato verso un forte patriottismo di fondo. E di questo si tratta, se pensiamo che sacre sono considerate la famiglia (il bigliettino strappato dai somali al protagonista), la nazione, l’eroismo, un esercito intero (anzi una nazione intera) mobilita (anche se nessuno lo sa) tutti i suoi uomini per salvare la vita (anche) di un singolo, un capitano che ha rischiato la sua di vita per salvare (tutti) i suoi uomini. Sostitute il capitano con l’America e il gioco è fatto. Ma, nonostante questo patriottismo (non sempre) dilagante, il film è davvero ben strutturato e girato, incanalato e portato avanti con maestria: alla base c’è un soggetto (la bella autobiografia del capitano) sceneggiata con cura e precisione da Billy Ray, dietro al primo Hunger Games e State of Play, che ha dovuto tenere conto non solo delle vicende reali, ma del loro potere narrativo/evocativo e alla loro possibilità di trasformarsi in potenziali punti di tensione. Infatti, al di là delle critiche (alcuni membri del vero equipaggio accusano la pellicola di lasciare un immagine falsata del capitano), il film ha dalla sua, grazie all’ottimo lavoro svolto da Ray, un ritmo della tensione che molla lo spettatore solo all’uscita dalla sala. E non è cosa da poco, visto che da raccontare ce n’è e la pellicola dura più di due ore. Operazione portata “in porto” (e lasciateci il gioco di parole) anche grazie allo stile registico perfetto di Greengrass, che, forse ha sì delle cadute di stile (l’incipit e il pre-finale), ma che riesce, grazie anche al lavoro perfetto al montaggio di Christopher Rouse (altro collaboratore fisso del regista, che con lui ha vinto, nel 2007, l’Oscar come miglior montaggio con The Bourne Ultimatum), a tirare lo spettatore in un incubo visivo e narrativo a tratti perfetto, come in una giostra del luna park dove si sale e si scende a velocità pazzesche e dove non si vede l’ora di scendere. Merito anche della fotografia, oscura e oscurante, di Barry Ackroyd, collaboratrice già da tempo di Greengrass e tra i fidatissimi di Ken Loach e della colonna sonora di Henry Jackman, mai invadente e allo stesso tempo mai didascalica. Eccellente l’interpretazione di Tom Hanks (ormai è condannato a vivere in ostaggio: come in The Terminal o Cast Away) e quella del gruppo di attori che impersonano i pirati, uno su tutti la controparte di Hanks, il capitano dei somali, che ha il volto e (soprattutto) il corpo di Barkhad Abdi, alla sua prima volta davanti alla macchina da presa e che riesce, a tratti, a superare l’interpretazione di Hanks. La sfida di Captain Phillips è quella tra due capitani, tra due (troppo facile?) nazioni, dove, a tratti, non si distingue bene chi sia dalla parte del Bene e del Male, dove tutti, senza differenza di schieramento, hanno qualcosa da imparare. Un film che fa della sceneggiatura, del meccanismo della tensione e dell’interpretazione degli attori la sua arma vincente: da vedere assolutamente, piuttosto che fare la fila per entrare nell’ennesima sala occupata da “checcozaloniani” vari.

Potrete vedere Captain Phillips: Attacco in mare aperto in queste sale:

-NAPOLI

Med Maxicinema The Space Cinema

Metropolitan

Plaza Multisala

-NOLA

The Space Cinema Vulcano Buono

-AFRAGOLA

Happy Maxicinema

-CASORIA

Uci Cinemas

-CASTELLAMMARE DI STABIA

Montil

-FORIO D’ISCHIA

Delle Vittorie

-TRECASE

Drive in

-SALERNO

The Space Cinema Salerno

Tom Hanks

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