The Bling Ring: l’anello debole è quello più solo (e condiviso)

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Los Angeles, 2009. Un gruppo di giovani fa irruzione nelle gigantesche ville di alcuni VIP, tra cui Paris Hilton, Lindsay Lohan, Megan Fox, Orlando Bloom e Rachel Bilson, svaligiandole di oggetti preziosi, abiti e accessori di lusso. Il caso finirà agli onori della cronaca come “The Bling Ring” e, grazie alle immagini delle telecamere di sicurezza, i colpevoli verranno scoperti.

Mille domande frullano in testa, all’uscita dalla sala dopo la visione di The Bling Ring (in Italia uscito solo come Bling Ring) nuovo film di Sofia Coppola (presentato anche al Festival di Cannes di quest’anno): sicuri che la galera sia la pena migliore da infliggere a delle fashion victims (sicuramente) disadattate e/o depresse? Sicuro che ciò che ci viene trasmesso dalla televisione, internet, social network, gossip, sia tutto all’interno di quella sfera che tutti chiamiamo “realtà”? Questi e (tanti) altri, i percorsi riflessivi della pellicola coppoliana, che risente di tutti i lavori precedenti della regista. C’è il fascino “perverso” di Marie Antoniette, la forza della solitudine e dell’incomprensione di Lost in Translation, il rapporto generazionale/parentale di Somewhere e, infine, c’è il gusto dell’inquadratura, impareggiabile e impeccabile in alcuni momenti (il lento avvicinarsi dell’inquadratura durante una rapina): e in fondo questo c’era da aspettarselo, la regista non poteva che uscirne influenzata, figlia di cotanto padre, Francis Ford Coppola, che qui è anche produttore insieme al(l’altro) figlio regista Roman. Ma mettiamo in chiaro una cosa: qui il fatto è reale, tutto vero. Questi giovani depressi esistono (ancora), vengono intervistati, idolatrati, imitati. Forse la cosa interessante, sotto l’aspetto della trama, è ricercare i veri protagonisti della vicenda (interessante il raffronto attori/colpevoli in questo articolo), attraverso la rete: YouTube offre video, interviste, speciali (ebbene sì) dedicati ai componenti della “banda del gioiello”. Inevitabile, poi, il paragone con le ragazzacce del recente Spring Breakers e il meno violento Noi siamo infinito. Del primo però, The Bling Ring, non ha la spregiudicatezza del narrare il reale, il disagio, la prorompente violenza selvaggia delle situazioni (e dei corpi). Del secondo, oltre all’attrice, si ricalca qualche piccolo filone narrativo, qualche fotogramma, ma nulla più. Oltre, però, ai paragoni con altre pellicole, The Bling Ring ha un percorso metaforico che si sviluppa pienamente per conto proprio. L’intento coppoliano, appunto, non è quello di fare chiarezza sui fatti. Le cose sono state fin troppo scandagliate, analizzate, riprese, indagate (o, se vogliamo usare un termine perfetto, scannerizzate): internet, testate giornalistiche, Facebook.

Il lavoro registico invece, insiste, e con risultati anche brillanti, prima sulla sceneggiatura, scritta, come il soggetto, dalla stessa regista e ispirata all’articolo della giornalista Nancy Jo Sales, pubblicato su Vanity Fair nel 2010, dal titolo I sospetti indossavano delle Louboutin (e QUI ne potete trovare la traduzione integrale), attraverso un preciso e voluto uso di continui intercalari di stupore e silenzi perfettamente “narrativi”. Attraverso quest’uso preciso della sceneggiatura e la colonna sonora curata da Daniel Lopatin e Brian Reitzell, che bombarda le sequenze di acida e adrenalinica musica techno, la Coppola regala uno sguardo preciso sui pericoli del vuoto di contenuti (umani e mediali) che ci circondano. Le parole ripetute dai protagonisti (spiccano tre singoli: Katie Chang, nel ruolo della capobanda Rebecca; Israel Broussard, nel ruolo dell’unico uomo del gruppo, Marc e una sempre più affascinante e convincente Emma Watson, nel ruolo della spregiudicata Nicki e Gavin Rossdale, cantante dei Bush, compare in un cameo) sono sempre le stesse, non riescono ad avere altra reazione se non immensa meraviglia per ciò che non possono (ma che debbono) avere, diventano inflessibili davanti alla sentenza che li condanna, ma quasi piangono per le scarpe trovate nella casa della Hilton. Ed è questa la sfida riuscita della sceneggiatura, che, aiutata da un gusto, a tratti perfetto, della regia, riesce a puntellare sequenze (anche qui, volutamente, una simile all’altra) di rapine in cui, corpi essenzialmente vuoti (non solo di abiti di lusso, ma vuoti interiormente) svaligiano case ancora più vuote, prive di umanità, zeppe di oggetti, ma lasciate al loro splendore. Case isolate, corpi soli. The Bling Ring, nonostante ci sia di mezzo una sorta di banda, è un dramma della solitudine; e le immagini delle telecamere di sorveglianza sono chiarissime: nulla è più nascosto, nulla più è privato, tutto è condiviso. Nonostante il continuo “esserci”, le continue foto, gli stati di Facebook, le persone hanno sempre più bisogno di un perverso senso di appartenenza per sentirsi vive, “esistenti”, “comunità”, perdendo di vista i propri confini “sessuali” ed emotivi (nel film l’uomo sembra una donna e viceversa, lo stesso si dica per i genitori); ma allo stesso tempo perdono di vista la loro stessa umanità. Un film vuoto The Bling Ring? Volutamente, risponde Il Cinefatto. Il “ring” si è riempito di persone vuote, ma perverse, “fatte” di lusso e televisione. Il Cinema va k.o., il documentario satirico strizza l’occhio. Un film lussuosamente interessante.

 

Potrete vedere Bling Ring, in queste sale:

NAPOLI

Arcobaleno

Delle Palme Multisala

Med Maxicinema The Space Cinema

Metropolitan

Modernissimo

Vittoria

NOLA

The Space Cinema Vulcano Buono

POGGIOMARINO

Multisala Eliseo

AFRAGOLA

Happy Maxicinema

SALERNO

The Space Cinema Salerno

CASORIA

Uci Cinemas

CASTELLAMMARE DI STABIA

Supercinema

PORTICI

Roma

POZZUOLI

Multisala Sofia

TORRE ANNUNZIATA

Politeama

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