L’intrepido: la strada in salita dell’eroe (lavoratore) contemporaneo

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Antonio Pane per vivere fa il “rimpiazzo”: lavora al posto di chi non può lavorare, per magari una visita medica, un matrimonio, una vacanza, per un giorno, tre ore, un turno. Riesce così a portare avanti una vita appena dignitosa, ma onesta, cercando di dimenticare i problemi che lo affliggono come un matrimonio fallito, la continua ricerca del “posto fisso” e un figlio musicista che vede raramente e che soffre di attacchi di panico. A un concorso pubblico, Antonio incontra una ragazza molto più giovane di lui e se ne innamora. Da lì in poi la sua vita subirà una svolta drastica.



Coraggioso (anzi intrepido) tentativo cinematografico il nuovo film di Gianni Amelio, L’intrepido, presentato in concorso alla 70° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e che, nonostante sia tornato a casa a mani vuote, presenta numerosi spunti riflessivi. Innanzitutto il titolo stesso è già un fattore narrativo in sé: L’intrepido è stata una nota rivista per ragazzi, che nel 1998 decise di chiudere i battenti. In copertina, sempre più nell’ultimo periodo, facevano bella mostra le facce dei calciatori, di chi combatteva in campo, in prima linea, per una vittoria, per la felicità. Ed è questa la storia di Antonio Pane (non a caso, anche il cognome è significativo, come l’alimento ritenuto fondamentale da chi va a lavorare, per portare a casa il “pane”), interpretato da un bravo(ino) Antonio Albanese, che, non ha certo il fisico di un calciatore, ma ha un cuore limpido, puro, con poche certezze, ma tante sicure convinzioni. L’intrepido ameliano è davvero un piccolo grande eroe dei nostri tempi: esce di casa solo con il suo berretto/elmo e la sua casacca da lavoro/armatura e, fuori dal “mondo” del lavoro, si trasforma, perde la sua “corazza” è un altro, ride, fa ridere, scherza, si innamora, si lascia andare alle sue passioni. Qualcosa però non funziona nella sceneggiatura, che sembra, a tratti, forse prevedibile e poco convincete, scritta, oltre che dal regista, anche da Davide Lantieri, già a Venezia l’anno scorso con la Comencini di Un giorno speciale (anche lì, tra l’altro, si narrava una strana storia d’amore). A regalare spessore e significatività alla pellicola, oltre alla curatissima la colonna sonora del fidato collaboratore ameliano Franco Piersanti, è però la fotografia, sempre eccezionale, di Luca Bigazzi. Ne avevamo già accennato in La grande bellezza, ma anche in questa pellicola, la fotografia, anzi le pennellate visive di Bigazzi, fatte di luce e colori, ombre e chiaroscuri, contorni e pieni, sono parte integrante della narrazione, ne diventano traino emotivo. E, come si accennava, a poco servono l’interpretazione monolitica di Albanese, che, è bravo, davvero, ma lentamente trasforma la sua interpretazione in un (solitario) ripetersi ossessionato di personaggi (alcuni dei quali ispirati anche alle tante sue maschere, autocitandosi quando qualcuno gli chiede di pagare con la “pila”), contornato da altri protagonisti lasciati nelle loro piccole e anonime psicologie. I due coprotagonisti (esordienti), ad esempio: il figlio di Antonio, interpretato da un discreto Gabriele Rendina e Lucia, disagiata ragazza di cui Pane si innamora, che ha il volto affascinante di Livia Rossi, meritavano più spazio e più sviluppo narrativo.

Il regista invece decide di lasciare tutto in mano al suo attore, che regge il gioco e crea un “contenitore metaforico” dei mali della società: attraverso tanti piccoli lavori, tanti piccoli passi nella vita di tutti i giorni, Antonio si trova davanti alla realtà dei fatti, dove nulla è come appare. L’errore però è nel tentare di narrare tutto il “narrabile”, mescolando tutto in un’unica pellicola, che, se non è lunghissima, viene meno nel momento in cui questo enorme discorso sui “massimi (discorsi e) mali” dell’universo, cade nel prevedibile e nella metafora politica raffazzonata. Il film, quindi, diventa soprattutto catalizzatore satirico, di protesta, attraverso metafore spesso ben nascoste spesso fin troppo evidenti che comunque lasciano il segno, con non pochi momenti di poetica bellezza. L’intrepido è un film che non riesce a prendere il volo verso la sua espressione migliore, quella di aspra critica al mondo del lavoro odierno, all’amore, ai media e chi più ne ha più ne metta, con un “effetto calderone” non riuscito in pieno. O forse l’intrepido è proprio chi, magari come il regista, crede ancora nella bontà d’animo o, in fin dei conti, nei sogni, nel sogno di una vita dignitosa, senza soprusi. Da vedere con l’anima, prima che con gli occhi. Da segnalare poi gli omaggi di Amelio a Ladri di biciclette di Vittorio De Sica e a Tempi Moderni di Charlie Chaplin.

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