Qualunquemente: se non è politica, cosa diavolo è?

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Un delinquente, Cetto La Qualunque, torna al suo paesino calabro dopo quattro anni di “esilio” forzato in Brasile. Incoraggiato dai suoi (poco raccomandabili) conoscenti, decide di candidarsi come sindaco della sua città, contro il suo concittadino (e acerrimo nemico di sempre) De Santis, dedito alla più profonda legalità. Tra imbrogli, metodi poco ortodossi e specialisti della politica si svolgerà la battaglia all’ultimo voto.



Il personaggio di Cetto La Qualunque, nasce nel 2003 e ha la faccia di gomma di Antonio Albanese. Il successo arriva soprattutto con Mai Dire Domenica, in cui il candidato sindaco inneggia slogan e maschiliste idee politiche, stravolgendo le regole della grammatica e del buon senso, fino ad arrivare alle comparsate sulla Rai da Fabio Fazio. Cosa è cambiato dal personaggio TV a quello del film, vista la scelta coraggiosa di portare su grande schermo La Qualunque, che in TV recitava sketch di pochi minuti? Verdone negli (ormai lontani) anni ’80 creò capolavori della comicità (Un sacco bello e Bianco Rosso e Verdone su tutti), inserendo in un solo film più personaggi, che facevano parte del suo bagaglio televisivo. Lasciare sulle spalle di un unico personaggio un film intero, è cosa però più complessa. E, dobbiamo ammetterlo, forse non ha avuto effetti felici.

La macchina da presa di Giulio Manfredonia (che ci aveva convinti scrivendo e dirigendo Si può fare del 2008) non fa altro che seguire la “maschera” Albanese per tutto il film, raccontandoci il (poco glorioso) passato e il presente di Cetto; gli stessi attori “spalla”, non sono che macchiette di se stessi, rappresentanti di inutili stereotipi meridionali (gli amici con i tatuaggi e le collane d’oro, il figlio timido e sensibile, la moglie cafona) che non danno alcuno sbocco psicologico a ruoli morti in partenza. Benvenuti al Sud (solo per citare qualcosa di più recente) viaggia sulla stessa falsa riga di questo film, mostrando le cose che “non vanno”, cercando però di farci sorridere. Qui sta tutta l’importanza del film: il suo lavoro di satira. La satira non è la comicità ( che ha come unico scopo quello di farci ridere e in molti punti il film ci riesce): magistrale allora il lavoro svolto dal film su questo fronte, con una strana (e scioccante) fotocopia del nostro Paese sotto gli abusi della politica e dell’ ignoranza “civile”. Come le sequenze che vedono a un tavolo le persone “che contano” (tra cui un prete), decidere quale persona mandare al potere; in un’altra assistiamo alla sconfitta della legalità dell’avversario di Cetto davanti all’ignoranza e al “passiamoci sopra” anche dei media, con un’inquadratura che vede De Santis, avvilito, scomparire sotto le luci che si spengono (le luci che si spengono sulla legalità e sulla corruttibilità dei media?); alla fine, in svantaggio, Cetto chiederà di “pulire” le schede elettorali bianche ottenendo così la vittoria, che festeggerà a suon di armi da fuoco. Allora il paesino calabro di Cetto è l’Italia intera. L’Italia dell’arrivismo, dei soldi, delle trasmissioni trash, delle finte lacrime, dei soldi che finanziano chissà cosa. Se fallisce nella commedia, la satira di Albanese fa davvero, davvero riflettere.

 

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