I Classici: il tuffo nell’onirico (crudele) mondo di Sciuscià

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Due sciuscià sognano di comprare un cavallo, vengono immischiati in un crimine e chiusi in carcere. Nasceranno nuove amicizie e rancori che si chiuderanno in tragedia.



Insieme a Roma città aperta di Rossellini, Sciuscià di Vittorio De Sica, è uno dei lavori cardine del movimento culturale che avrebbe preso il nome di Neorealismo. Probabilmente il “nuovo” realismo, si riferiva al “vecchio” dei film muti, cosiddetti “realisti” perché erano tra i primi ad essere girati tra le strade (tra questi film spiccano i titoli del “periodo d’oro” del cinema napoletano, come Assunta Spina) e se ne voleva riprendere un po’ la filosofia con mezzi nuovi. Ma alla visione di questo film si ci chiede dove sia il cosiddetto Neorealismo. La meccanica (impraticabile in pratica, ma “teoricamente” praticata in molti lavori) zavattiniana dell’uomo “macchina da presa di se stesso”, è messa in pratica nella prima parte del film (dove è tutto ad altezza di “bambino”), per poi ritornare ai canoni classici della storia da “raccontare”, che prende il sopravvento. La pochezza dei mezzi è “invertita”: ricchi interni e precisi movimenti di macchina, attori conosciuti ai più. Il vero neorealismo di De Sica, quindi, è nel suo essere testimone di una parte della realtà, della strada, di una “conseguenza”. La guerra era appena finita: tutto era cambiato, i rapporti tra il prima e il dopo avevano creato una spaccatura incolmabile. Non esisteva più un Sud e un Nord (l’enorme quantità di dialetti parlata nel film testimonia la grande migrazione interna), le vecchie abitudini erano restie e morire (si noti come il cuoco della scuola saluti ancora con il saluto fascista), le persone avevano perso la casa e si affidavano ai “figli” per tirare avanti: ripartire da zero era l’unica soluzione. Ma per farlo bisognava essere “puri”, avere la mente sgombra dagli orrori della guerra, tanto da considerarli come un “gioco” finito male e che bisogna dimenticare: la mente di un fanciullo. Lo stesso regista dirà di essere rimasto affascinato dai bambini che facevano questo mestiere e dai loro modi di parlare in maniera “sussurrata”, quasi che avessero qualcosa da nascondere e avessero paura degli adulti. Il loro ripartire è la loro “voglia” di essere altro, di sopravvivere nonostante tutto.

E di sognare. Il film si apre con una lunga cavalcata, con inquadrature che staccandosi tra loro danno un senso di frenesia e confusione, così come era la vita dell’ America (citata proprio dai due amici all’inizio, nei balli dei ragazzi, nel modo di fare il processo, nel modo di vestire, il porto stesso sembra un oscuro porto americano di un gangster movie), un sogno lontano, ma non irrealizzabile. I ragazzi sono “già” adulti, ragionano da tali, non hanno la coscienza macchiata dai crimini di guerra, sono orfani, ma come dirà la chiromante: “Per i bambini c’è sempre un avvenire”. Eccolo il fulcro del film di De Sica: la speranza. L’ Italia ha un avvenire che non è nel passato, ma nel pensare una vita nuova, in simbiosi con l’altro, in una vera “società civile”. Ma si può indagare su un altro livello. La guerra è gioco di alleanze, buone, cattive, durature e non. I due protagonisti sono amici nella prima parte del film: entrati in prigione cambieranno, tanto che uno diverrà omicida. Risulta facile accostare questi bambini agli stati in lotta/alleanza (nella sequenza in cui entrano dentro il carcere e vengono divisi, la macchina indugia sulle mani strette dei protagonisti) tra di loro durante il secondo conflitto mondiale. In fondo la loro entrata a Roma con il cavallo bianco (che ritorna nei sogni dei ragazzi, ritorna nel finale, elemento naturale di vita e morte, è bianco, puro, testimone di un delitto mostruoso, un perno di unione che riporta tutto allo stato “primordiale”: il finale è come tutti immagineremmo il delitto di Caino nei confronti di Abele) non è simile all’ingresso in città di un condottiero romano (o un gerarca fascista)? Un film accusa, su quello che era successo, ma soprattutto su quello che stava succedendo. L’avvocato che difende i protagonisti, conclude il suo discorso: “Dovremmo accusare tutti noi”. Ecco il motivo di tanta indignazione al film da parte della classe politica italiana di allora, ecco la forza del Neorealismo di De Sica: mostrare ciò che tutti vorrebbero nascondere. Come la polvere sotto il tappeto.

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