Dei labirinti (artistici) della mente oscura: In Trance

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Un giovane che lavora in una nota casa d’aste, partecipa a un furto di un capolavoro di Goya. Durante la rapina viene colpito alla testa e finisce in coma. Risvegliatosi non ricorda più dove ha nascosto la tela, che ha tentato così di sottrarre agli altri componenti della rapina. Si decide di ricorrere alla ipnosi. Lentamente emergerà una verità conturbante d’amore e vendetta.

Danny Boyle, dopo quasi tre anni (in mezzo c’è un cortometraggio, spettacoli teatrali e la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra) torna al cinema, dopo il (quasi) documentario biopic 127 ore. Torna al cinema, cercando (e riuscendo), ancora una volta, di confonderci le idee, di dare conferma di essere uno dei registi meno prevedibili e ingestibili del panorama cinematografico. In Trance infatti, si discosta, almeno all’apparenza, dai lavori precedenti del pluripremiato regista inglese: tratto da un film tv del 2001, intitolato Trance e di cui il regista, Joe Ahearne, è, in questa trasposizione, uno dei sceneggiatori, il film di Boyle tenta, fin dall’inizio, di incanalare una strana riflessione sul vero/falso, reale/digitale, arte/non arte.

Se da una parte, grazie al lavoro del regista dell’episodio televisivo, la storia non si discosta minimamente dall’originale, i tocchi “nervosi” di Boyle (qui anche produttore) sono inseriti dal collaboratore di sempre John Hodge (dietro a Trainspotting e The Beach), che non fanno altro che mischiare ancor più le carte in tavola, regalando un soggetto forse non originalissimo e una sceneggiatura non perfetta, ma narrato e diretto in maniera eccellente. Ancora una volta, infatti, Boyle fa “suo” il film, lo personalizza, lo spacca, lo trasforma in un piccolo esperimento visivo. Il tutto grazie all’ausilio alla fotografia perfetta di Anthony Dod Mantle, collaboratore fidato del regista (Oscar per The Millionaire). I due, per tutto il film, sembrano cercare continuamente l’inquadratura perfetta (e qui la riflessione sull’Arte, riflettendo anche sul vero/digitale) o il suo contrario (spostando la visuale, sfocando l’immagine, montando in maniera frenetica): il tutto immerso in adrenalinici toni accesi. E qui arriva l’autocitazione: Boyle & C. struttura il film in modo da omaggiare il (proprio) passato: le luci rosse e disturbanti che spaccano i volti e i luoghi (28 giorni dopo), il montaggio frenetico e i flashback depistanti (The Millionare), l’eccesso, i nudi, l’uso delle droghe (Trainspotting), inquadrature forti e splatter per stomaci fortissimi (ancora 28 giorni dopo e Trainspotting). Eccezionale, come in ogni film di Boyle, la colonna sonora, curata dal fidato Rick Smith: si mischiano, potenti basi electro-pop a momenti di puro minimalismo, con una scelta di brani editi di artisti come David Bowie o Moby. Anche in questo caso c’è da riflettere sulla funzione “narrativo-spettatoriale” della colonna sonora, che diventa un meccanismo aggiunto di suspense: lo spettatore crede che, con delle note “potenti” il senso di pericolo sia “attenuato”, mentre in realtà il risultato finale è inverso, con risultati (non solo in questa pellicola, ma in tutte quelle di Boyle) davvero significativi. Un film che si dipana lentamente, proprio come una seduta d’ipnosi, si svela mischiando le carte in tavola più volte, guidandoci verso sentieri tortuosi, dando ogni volta una spiegazione che ben presto si rivela errata, così come il finale, apertissimo e misterioso. Insomma si raggiunge la fine di questo enorme percorso visivo-sonoro-narrativo restando sconcertati, ancora una volta, dalle mostruose potenze e misteri della mente umana. Memento risuona fortissimo, ma siamo lontani anni luce dalla costruzione narrativa di Nolan: con In Trance parlano le immagini, i suoni, gli attori. Perfetto, nel ruolo del protagonista, il giovane James McAvoy (che arriva da molte serie tv e visto in X Men – L’inizio), mentre non in piena forma gli altri due attori principali: Rosario Dawson (l’affascinante psicoterapeuta, con un cognome che è tutto un programma “Lamb”: mai fidarsi di chi sembra un “agnellino”) e Vincent Cassel (nel ruolo del temibile, ma forse innocuo, boss). Un triangolo di personaggi a tratti perfetto, che mette in scena l’eterno duello io/lui/l’altro, ma passando per tunnel segreti della psiche, con gesti, metafore, meccanismi di innamoramento e inquadrature che si rifanno direttamente alle tante teorie di Freud e soci, mescolando secoli di storia dell’Arte alla Computer Graphic.

Un film a metà, In Trance, diretto in maniera divertente e ricercata, ma con basi non solidissime. Boyle, intanto, è alle prese con Porno, sequel di Trainspotting: sarà ancora una volta un mix irresistibile o un altro mix di boyliana (passabile) fattura? Il sette, stavolta, se l’è meritato.

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