La sofferenza di essere “unici”: ecco Precious


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Clareece “Precious” Jones, 17 anni, vive in una realtà soffocante. Obesa, analfabeta, incinta del padre per la seconda volta, maltrattata dalla madre. Decide di seguire una scuola speciale di recupero. Imparerà a leggere e scrivere, ma la strada verso la “felicità” è ben lontana.



Che pugno allo stomaco Precious. Che sputo nel piatto. Solo che dal piatto bisogna per forza mangiare. Pensate a una sceneggiatura fatta di urla, schiaffi, silenzi, lacrime, laceranti verità. Un macchina da presa che suda per le strade dei bronx americani, prendendoci per mano (anzi strattonandoci di continua) e spalancandoci gli occhi, attraverso riprese a spalla, chiaroscuri eccessivi e intensissimi primi piani. “Preziosa” (passateci il gioco di parole) perla questo film di Lee Daniels (distribuito malissimo in Italia), che ha fatto man bassa di premi in tutto il mondo ed è tratto da un romanzo di Sapphire. È vero, la trama a un certo punto è forse troppo scontata (Paula Patton è Ms. Rain, docente omosessuale dalla lacrima e dal cuore facile che non tarderà a diventare una buona samaritana), ma in Precious c’è tutta l’America, tutti i suoi guai, tutti i suoi cittadini, i suoi modi di vivere. Superbe le due protagoniste: Gabourey Sidibe (Precious), quasi inespressiva, ma silenziosamente coinvolgente e Mo’Nique (vincitrice, per questo ruolo, di un Oscar come Miglior attrice non protagonista), madre che rispecchia perfettamente la situazione della bassa società nera americana, fatta di TV sempre accesa, cibi precotti, telefilm e inutili corsi di aerobica. Fantastica la colonna sonora di Mario Grigorov e vari, con canti gospel e soul, interpretati da strepitosi cantanti della migliore tradizione della black music. Due camei significativi: Mariah Carey, che interpreta l’assistente sociale che aiuterà (in parte) Precious e Lenny Kravitz, nei panni di un infermiere scapolo.
Entrambi sono la controparte di Precious: nel reale sono star della musica e della televisione, proprio quello che la protagonista sogna di essere. Ma se anche loro sono lì, ad aiutare i meno fortunati, allora forse non sono persone tanto diverse da noi: in questo modo il cinema diventa “macchina dei sogni” in azione, quando la giovane protagonista, tramite “piccole visioni”, si vede immersa in un mondo di paparazzi, giornalisti e madri affettuose (fantastico l’omaggio del regista al cinema italiano con una re-interpretazione “black” di una sequenza de La ciociara del maestro Vittorio De Sica). Precious non “sogna” di essere più magra, perfetta o una silhouette, ma solo accettata per quello che è, invidiata, fidanzata di un perfetto “fusto” americano, amata anche da sua madre. Una semplice ragazza, figlia, sfortunata, di MTV. E quando la verità, nel finale, verrà, di nuovo ( se ne era sentito l’odore strisciante già a metà pellicola), a galla, non ci sarà che da sperare che ciò che è raccontato sia frutto dell’immaginazione. Una punta di sadismo ci può far sorridere spingendo a chiederci: “Ma capitano tutte a lei”? L’happy end è da copione, anche se è solo un miraggio: Precious dovrà comunque farcela da sola, senza nessuno. Questa è l’America, nascosta o, se si vuole, normale, dove essere grassi vuol dire, ancora, soffrire. Apri gli occhi, baby.

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